giovedì 27 novembre 2014

Le ombre malesi di William Wyler




La luna piena illumina il volto di Bette Davis mentre spara al giovane Hammond. Non dimenticherò mai gli occhi di quella donna, che posso annoverare, senza troppe difficoltà, tra i miei primi turbamenti cinefili. "Ombre malesi" è un film incredibile che pensa l'omicidio come quell'attimo di possessione che ci si ciba dei nostri istinti e delle nostre passioni. Si configura quasi come momento estatico, di fuoriuscita da sé, di perdita di dominio sulla nostra volontà. Wyler intelaia un'opera tutta mentale che, mettendo in scena una vera e propria possessione, trasfigura la giungla malese nello scenario ideale di un mondo interiore: ombre che sembrano uscite da un'opera espressionista, atmosfere lugubri e spettrali come in un horror d'antan. In fin dei conti il film del maestro Wyler è una sorta di melodramma tropicale di altissima fattura, reso inquietante dalla sola, vitrea presenza della vedova Hammond. Il codice Hays impose il finale del film e, per una volta, al contrario del parere di molti, la cosa non si è poi rivelata così assurda: riporta ogni elemento alla dinamiche cieche e crudeli del cinema noir, inscenando l'inevitabilità di un destino già scritto e definitivo.

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