lunedì 13 giugno 2016

Parentesi: Dog eat Dog




Un passo dopo il noir, uno prima del western: "Dog eat Dog", l'ultimo esaltante Schrader, restituisce l'amore e il piacere inenarrabile di far cinema credendo ancora nel cuore selvaggio dei propri personaggi. Nella nebbia, verso il destino del samurai, c'è un mondo grondante di bellezza e malinconia. Schrader è vivo, incazzato nero ed esilarante come mai.

The Neon Demon




Guardarsi allo specchio e innamorarsi del proprio riflesso: simbolismi d'accatto, piroette visive che saccheggiano Argento e De Palma, parabole che sfuggono il genere perché incastonate in uno sguardo così totalizzante da essere già confezionato per il marchio di fabbrica (NWR). Mi dispiace, ma sotto la patina di The Neon Demon non ho visto nulla, né disgusto, né paura, né violenza, né ardore e, cosa più grave, nessuna carne, nessun senso del sangue, nessun lavoro sulla pelle o sui demoni sottocutanei (grave per un film che dovrebbe essere una vera e propria esplosione organica). Permane il gusto di un gioco perverso che non sopravvive allo sguardo dell'altro, perché preoccupato solo di ostentare il proprio statuto d'autore.Tutto si fa oggetto, i personaggi si riducono a pedine di un teatrino della crudeltà che non ha armi per essere davvero crudele. E la riflessione sulla bellezza naufraga, si banalizza, muore immediatamente svelata da un mondo di dialoghi e situazioni che definire pretestuose sarebbe un eufemismo. E mentre ogni superficie si fa simbolo di un gioco chiuso, emerge un cinema sempre più arido (e scrive uno che aveva apprezzato alcuni film di Refn) che nasconde la propria mancanza d'immaginazione in immagini opache, seducenti, volte a negare qualsiasi libertà di sguardo.

Neruda di Pablo Larraín




Ancora una volta, Pablo Larraín si conferma un regista davvero sorprendente. Il suo "Neruda" è l'ennesimo capolavoro (forse addirittura IL capolavoro) di una filmografia breve ma incredibilmente intensa. E' un film ambientato nella mente dello scrittore, dove le immagini sono come le pagine di un libro, scorrono via mentre si ha il tempo di perdersi, ritrovarsi, immaginare e vedere tutti i film, tutti i volti, tutti i pensieri che formano, nel complesso, Neruda. Questo di Larrain è un oggetto filmico affascinante, un viaggio nella storia del Cile che è, anche e soprattutto, il viaggio all'interno della psiche scissa, frantumata di un uomo. Neruda potrebbe essere tutti i personaggi o potrebbe esserne uno solo: irriducibile a qualsiasi sintesi, lo scrittore si sdoppia, si moltiplica, sempre ubiquo, sempre immortale. Presente assente della storia, spettro multiforme che si aggira per le strade, abita vuoti e speranze, attese e fughe senza fine. Neruda è uomo e donna, comunista e detective, è tutto ed è nulla. E' una parola, uno sguardo, una grande recita, un semplice incontro. E così anche il cinema, tutto il cinema esploso in questo film, cambia faccia, genere, posizione: dal biopic scisso, frantumato, incastonato in una Storia-puzzle, al noir che brilla dei colori di una volta fino al western innevato. Bisogna proprio dirlo, siamo già di fronte a uno dei film dell'anno. Gigantesco.

mercoledì 18 maggio 2016

Mauro Santini - Fermo del tempo




Riconoscersi in un volto al punto di sdoppiarsi, smarrirsi in una nebulosa di immagini fino a scoprire, nell'altro, te stesso. In un mare di dissolvenze, il "fermo" è quel volto che si scioglie di continuo, che si apre al nostro sguardo disvelando tutto ciò che è, che è stato e che sarà. Riguardando "Fermo del tempo" di Mauro Santini. https://vimeo.com/72885528

La foresta dei sogni di Gus Van Sant




Ci sono dei film palesemente imperfetti che smontare sarebbe facilissimo. Eppure, delle volte, questi stessi film "non riusciti" possono regalarti piccoli grandi momenti, attimi sfuggenti che s'insinuano dentro di noi al solo scopo di permanere. Il bistrattatissimo "La foresta dei sogni" di Gus Van Sant mi è parso proprio questo. Didascalico, apparentemente univoco, rischiosissimo, ma scritto, girato, pensato con lo sguardo di chi piange e trema di fronte alle proprie immagini. E' un film di assonanze, di richiami, un - non ovvio - gioco di rimbalzi, un continuo alternarsi tra i sentieri tortuosi di una foresta vivente e le complicazioni infinite di una relazione in dissolvenza. Accusarlo di freddezza mi pare fuorviante, questa è un'opera fatta di lacrime, carne e sangue, dove tutto è detto e ridetto, tutto è sottolineato, eppure...eppure c'è qualcosa che continua a sfuggire, che non è il semplice "giallo del fantasma" ma un'idea che eccede sempre la presunta unilaterialità del film. Un'idea quasi solarisiana, di una foresta/limbo creatrice di immagini e tempi, di un passato/presente/futuro che nascono come proiezione degli antichi alberi di un'ennesima selva oscura. Non solo la trita e ritrita metafora di uno smarrimento esistenziale, ma la consapevolezza di non essere altro che fantasmi, immagini, apparizioni fugaci che non possono fare a meno dello stesso copione, delle stesse battute, delle stesse coincidenze impossibili. Come i personaggi di Matthew McConaughey/Ken Watanabe che, nelle loro elementari dicotomie, sono assolutamente ciò che ti aspetteresti, come se non ci fosse scampo poi dalla proiezione automatica della foresta. E sostenere che questo film sia lontano anni luce dall'universo filmico di Gus Van Sant mi sembra davvero una follia. Potremmo passare ore a parlare di tutto ciò che non funziona ne "La foresta dei sogni" ma per me non cambierebbe nulla: vive il ricordo di qualcosa che rimane, nonostante tutto, o forse, proprio grazie a questo tutto.

Due cose su Alienween




Tra le cose recuperate al Future, un posto a parte merita Alienween di Federico Sfascia. Cinema di puro, appassionatissimo artigianato che riporta alla mente meraviglie splatter anni '80, che guarda a Raimi e al primo Cronenberg senza paura di precipitarsi in un melò fieramente fuori tempo massimo. In Alienween percepisci tutto il gioco del fare cinema tra amici, con purezza, freschezza e goliardico, esaltante ludismo. Ennesima dimostrazione di come il cinema "fatto in casa", se nelle mani giuste, possa rappresentare l'ultimo avamposto delle nostre gioie cinefile. Anche perché, durante la visione, hai davvero la sensazione bellissima di sentirti a casa.

Un sogno lungo un giorno




Disegni di luce, piroette di colore, forme scintillanti di vero amore.
Un sogno lungo un giorno, capolavoro estremo di Francis Ford Coppola, rappresenta il punto di convergenza massimo tra il cinema classico e quello del futuro: qui c'è già la virtualità del nostro presente, c'è già Holy Motors, c'è già il ventunesimo secolo che, nell'arco di un canzone di Tom Waits, si sposa con la Hollywood di Minnelli & Co. Un sogno lungo un giorno è un film di magici incontri, di sguardi indietro che rivelano il loro statuto di profezia (è o non è questo un dono dal futuro?). Siamo in una fiaba ipercinetica che, come un razzo impazzito, si lancia nel cuore stesso del cinema.
Mai un film è stato così macchina del tempo, così viaggio interstellare: d'altronde quello di Coppola è un musical di fantascienza sapientemente iscritto all'interno di una storia d'amore. Storaro disegna emozioni con la luce, crea set immaginari e impossibili, sovverte il giorno e la notte, fa del cinema una magnifica ossessione.
Il cibo è incollato ai piatti, il sole è la potente, inebriante luce di un proiettore, il mondo si trova tutto in un teatro di posa: il massimo dell'artificio, mescolato ai cromatismi estremi della nostra immaginazione (qui vedi Fellini, lì vedi Fassbinder), regala la più piccola, la più universale delle storie d'amore.
Ogni teoria crolla e ti scopri, ancora una volta, a credere negli ennesimi lui e lei che devono, necessariamente, tornare insieme. Il più grande "fallimento" di Coppola è in fondo il suo film più illuminato, più definitivo, più "ultimo", perché ci ricorda come ogni "storia del cinema" sia in realtà una storia di luce, una storia d'amore.