domenica 14 aprile 2013

Nel dolore di un videoclip anneghiamo: "Spring Breakers"




Quattro studentesse universitarie decidono di rapinare un fast food per pagarsi lo spring break, festa ininterrotta tra fiumi d’alcool e cocaina, fumate di crack e orge di corpi in bikini. Assisti a “Spring Breakers” come si può assistere a un caleidoscopio d’immagini proiettate su una superficie piatta: tette, culi, macchine da corsa, pistole e cocaina improvvisamente si ritorcono in se stessi annegando in un magma dolente di cinema infranto. Opera scevra di qualsiasi tipo di moralismo, nel suo mostrare tutto e mai dimostrare, entra in un corto-circuito ambiguo e dilaniante: accanto alla repulsione ideologica nasce un improvviso senso di eccitazione e fascinazione. Come un videogioco che ha lo spiacevole ma straordinario obiettivo di mettere fuori posto lo spettatore, in un disagio percettivo e teorico prima che morale. Nel suo richiamare l’estetica “bassa”, quella del web e di mtv, produce un oggetto filmico lisergico, inclassificato e inclassificabile: videoclip ampliato e debordante, che ha perso ogni possibilità di contenimento, che avvolge la “realtà” disintegrandola in mille pezzetti e ripetizioni.
Manifesto d’attualità sconcertante su una trasformazione del mondo ormai già avvenuta: il “delitto perfetto” è stata la morte della “realtà” e l’incursione di un virtuale sempre più iperrealistico (delitto che, ovviamente, coincide con la morte stessa della morale). Questa patina non può riprodurre un atto sessuale, ma può limitarsi solo a mimarlo in un’estasi di corpi che sembrano più manichini in bikini che persone in carne e ossa.



La narrazione pare dissolversi all’interno del frammento in costanti meccaniche e inumane: la reiterazione delle azioni, delle inquadrature e dei dialoghi, trasforma fin dall’inizio le azioni in opzioni controllate di un videogioco, in cui i personaggi sono ridotti a comandi di un joystic. Da questo punto di vista il film di Harmony Korine si presenta subito come uno dei titoli più apocalittici e teorici degli ultimi anni: non c’è nulla di più doloroso e catastrofico di filmare il nulla. Perfino il personaggio di Alien, spacciatore e trafficante d’armi interpretato dall’ottimo James Franco, pare una figura fuori posto, quasi il cattivo ragazzo debitore di “Scarface”: ormai, di fronte alla virtualità delle figlie ribelli di Topolino, è uno scarto romantico e “alienato”.
E mentre James Franco suona e canta “Everytime” nel nome della “divina” Britney Spears, il sole pare tramontare solo per regalarci l’immagine di una cartolina ben studiata. Perfino il cielo è diventato pop mentre prendiamo atto di come l’immaginario virtuale si sia fatto ormai onnivoro e onnicomprensivo: avanza ipertrofico in ralenti estenuanti mentre si espande dappertutto, conscio che ogni immagine è il breve istante di una ricezione distratta sempre destinata a svanire. Quello che ne viene fuori è un capolavoro abissale di narrazione svuotata: deflagrando nel dolore di un videoclip che non finisce, anneghiamo.

2 commenti:

Kelvin ha detto...

E' sempre labile la distanza tra coraggio e spazzatura, ma a mio giudizio qui si va ben oltre il trash: film bigotto e molto molto meno provocatorio di quello che sembra... Korine vuole mostrare una società in disfacimento, ma per farlo usa gli stessi accorgimenti ruffiani che tanto detesta: non fa che mostrare ragazze bellissime, maschi palestrati, tette e culi a volontà. Cioè esattamente quello che il pubblico vuole. Troppo comodo, direi, per un regista che vorrebbe andare controcorrente...

Samuele Sestieri ha detto...

Comprendo bene il tuo punto di vista. Tuttavia penso che l'unico modo possibile per raccontare il virtuale e il disfacimento del "reale" sia quello di trasportare il linguaggio di un medium all'interno di un altro: è solo in questo modo che quella società in disfacimento potrà mostrare tutte le sue falle, attraverso la "semplice" ostentazione di un meccanismo sul grande schermo. Non ci vedo bigottismo in questo, solo la contatazione di una deriva sempre più postumana. Adottare quello stesso linguaggio vuol dirle forse svelarlo e farlo inabissare.