lunedì 4 febbraio 2013

ORFANI DI REALTA' #9
"La guerra è dichiarata"


Io e te. La guerra è dichiarata.
Leggeri continuiamo a sentire il mondo e il suo dolore, e tutta la sofferenza pare diluirsi e divenire aria. Come nell’ultimo delicatissimo Bertolucci, sembra esserci qualcosa intorno a noi, un soffio una luce uno sguardo così evanescente, aereo e sfumato da far perdere peso ai corpi, sconvolgendo qualsiasi equilibrio gravitazionale. Penso a “La guerra è dichiarata” di Valérie Donzelli e torna alla mente quanto si corra in questo film.
Ricordo quando lo vidi qualche mese fa in un piccolo cinema romano. Pomeriggio uggioso ma strano, in qualche modo diverso da tutti gli altri. La sala era vuota, c’era solo un anziano signore a poche file di distanza. Il film iniziò e quella nuca pelata diventava parte integrante dello schermo. Velocemente entrai nel vivo di una narrazione scandita con una velocità mirabolante, perdendomi tra risonanze e ricordi, vedendo Juliette e Romeo conoscersi, ridere, giocare, baciarsi, fare l'amore, avere un bambino, scoprire la sua malattia, sperare e poi, ovviamente, combattere.
Intorno a metà film, forse prima forse dopo, mi resi conto che l’anziano dalla nuca pelata non c’era più, svanito prima che potessi accorgermene. Mi guardai intorno alla ricerca del mio attempato compagno di visione ma non c’era nessuno.
Iniziai a percepire una scomparsa aleatoria, o meglio la minaccia di una scomparsa, per tutto il film. Ipnotizzato mi lasciai cullare senza opporre resistenza a questo passo silenzioso e mai pesante, a questa guerra dichiarata che è un modo d’essere, di vivere e pensare, sempre dimentica del peso del corpo.


Vidi in queste strane, ipnagogiche condizioni, il film della Donzelli e non vorrei mai rivederlo (per paura, forse, di trovare un altro film). Ciò a cui ho assistito commosso è l’enorme, rara capacità di sorridere della vita nel modo più genuino e bello e avvenente che si possa immaginare. Durante i titoli di coda scrissi di getto poche parole su un taccuino, comparse, come per incanto, con una scrittura automatica che mi pareva la sola necessaria. Queste le parole:

divertiamoci
vivendo piangendo scoprendo
il mondo è fatto d’aria
bisogna pur respirare
che bella che triste
è la guerra
della vita


Se dovessi raccontare la piccola favola poetica (o il complesso meccanismo metanarrativo di specchi) che va a comporre “La guerra è dichiarata” sarebbero questi i versi, queste le parole che userei per “dire” il film: rappresentano ciò che è scaturito naturalmente dalla sua visione aleatoria.
Si è parlato molto di rimandi, sempre costanti, a un certo modo di fare cinema tipico della gloriosa nouvelle vague. Questa volta non a torto. La nouvelle vague era il cinema del soffio e della danza, dei ragazzi ribelli e selvaggi che correvano esuberanti, viziosi e amanti della bella vita non conforme, romantici cinefili dove tutto era immagine, persino un sorriso da bloccare e poi riconsegnare al flusso instabile e dirompente del movimento. La vita è subbuglio da riordinare, forse pensavano. Oggi come ieri “La guerra è dichiarata” è poetica del caos ben lontana dal manierismo, dall’ombra e dalla stasi: rappresenta a tutti gli effetti la reinvenzione di un’eredità, quella di un cinema libero a tutti i costi e capace di rischiare, senza paura del ridicolo o della caduta.


Ho come la sensazione che tutto il film, tutta la storia di questi due giovani innamorati alle prese con la malattia del figlio, sia ciò che si vede attraverso la risonanza magnetica che apre la storia. E’ come se l’apparecchio dell’inizio non permettesse di vedere solo l’interno del corpo del bambino ma anche, e soprattutto, il flusso di pensieri, di ricordi, di emozioni del personaggio di Valérie Donzelli. Una sorta di radiografia della mente o, meglio ancora, delle emozioni della protagonista (radiografia che si riflette in un montaggio più emotivo che narrativo, basti guardare la straordinaria, empatica, potentissima sequenza della corsa della Donzelli tra le corsie dell’ospedale).
Cinema come terapia, rielaborazione della vita ed espiazione delle sofferenze. Un gioco di specchi e incastri che svela, come un’intricata struttura di scatole cinesi, l’essenzialità liquida che scorre imperturbabile tra realtà e finzione, tra cinema e vita.
“La guerra è dichiarata” è interessante infatti dal punto di vista di rimandi teorici e comunicanti: Juliette e Romeo sono in realtà la Donzelli stessa (anche regista e sceneggiatrice del film) e Jérémie Elkaïm, compagno dell’attrice. La storia è reale e viene messa in scena traslata nei termini di una narrazione cinematografica. Con una libertà registica dirompente che sorprende per potenza espiatrice, invenzioni visive, colori vivi e inaspettata poetica leggerezza, la Donzelli mette in scena un sincero e toccante inno alla vita. Fare cinema vuol dire guarire così come vivere non significa sopravvivere ma combattere.
Echi da uno spazio Truffautiano. Si finisce sempre su una spiaggia, con i piedini sulla sabbia di un bambino che cammina verso una nuova vita.
E nel buio della sala ti scopri a piangere (e immagini la vittoria suprema dell’immagine in movimento, ovvero quella di farti dissolvere - anima e carne, massa e tempo - al suo interno).

2 commenti:

Kelvin ha detto...

Il cinema francese sta vivendo una fase di grande vitalità artistica... questo è uno dei prodotti migliori. Molto 'truffautiano', concordo con te.

Samuele Sestieri ha detto...

Esatto. Il cinema francese presenta continuamente una varietà di registri, di approcci e generi piuttosto massiccia. Poi certo si possono avere dubbi su alcune tendenze (ad esempio a me la direzione che sta prendendo la commedia francese provoca una certa allergia) ma è indubbio che un paese che produce nell'arco di pochi mesi di distanza film così diversi, e così validi, come "Holy Motors", "Amour" e "La guerra è dichiarata", è un paese che è, cinematograficamente, in ottima salute.