domenica 15 giugno 2014

National Gallery di Friedrich Wiseman
Capsule per il futuro




Sempre di più credo che quello di Frederick Wiseman sia un cinema incapsulato per il futuro. Mi piace pensare che un domani, per comprendere cosa fosse oggi l'umanità, in che direzione stesse andando, in quali contraddizioni stesse oscillando, qualcuno recuperasse i suoi film: dal loro insieme si otterrebbe una raccolta di tutti gli organi della società, una serie di microcosmi aperti, di realtà multiformi che vengono sviscerate a trecentosessanta gradi lungo il corso della visione.

Penso questo mentre assisto a quel film clamoroso che è "National Gallery": tre ore in cui il cinema barcolla tra sentimento ed epistemologia, tra immediatezza dell'immagine e riflessione intorno ai suoi contenuti latenti, tra artigianato e tecnologia, in un continuo sovrapporsi delle ragioni del mercato e di quelle dell'arte. In questa autentica costellazione che supera il tempo e lo spazio, in quest'ennesimo film-mondo che propone un cinema privo di compromessi, che rifiuta le interviste e le voice over proprie del documentario, per parodiarle nel momento stesso in cui vengono fatte (svelando il work in progress), è racchiuso tutto il Wiseman-pensiero: l'idea potentissima e folgorante che le immagini pensino, che il film non sia mai autoriflesso ma si volga sempre e comunque ad altro, fino a rivelare il suo stesso contenuto: il mondo (proprio come i quadri).

Ecco allora che l'opera cinematografica di Wiseman diviene atto memoriale, sfida nei confronti del tempo attraverso la sua stessa durata; o ancora: atto rammemotivo, costruzione in fieri che parte dalle 270 ore di girato e arriva alle 3 ore finali. Tagliare, montare, rimontare, assemblare, senza idee aprioristiche, ma facendo emergere una narrazione, un senso, un continuum all'interno di un materiale preesistente.



I quadri della Nation Gallery sembrano inquadrati proprio come se fossero persone: non c'è mai un momento in cui una singola opera venga volgarmente ridotta a oggetto. Ciò che abbiamo di fronte è sempre un soggetto, nell'idea (alla Cézanne) che il quadro ci guardi, ci scopra, ci dica e infine ci mostri noi stessi. "Nation Gallery" è in fondo il racconto di uno scambio di sguardi, un'ennesima storia dell'occhio verso la genesi di tutto ciò che si può vedere. Quella genesi preistorica della visione che è l'invisibile stesso, svelato nei meandri del visibile. E' questo il cuore del film e insieme la sua meta irraggiungibile. Tutto sembra infatti proteso verso quest'invisibilità: i primi piani, quasi casuali, dei personaggi che osservano i quadri, di chi si perde, di chi si addormenta, di chi si innamora, come se il cinema fosse un sismografo sempre pronto a cogliere i moti d'animo, le fughe di sguardo, le avventure della mente.

C'è anche chi restaura puntigliosamente, nella sua lotta salvifica contro il tempo, nella grandiosa illusione che l'arte vinca la morte. C'è chi parla, dice, calcola e lancia dati e scommesse, abbracciando il marketing perché la pubblicità è ormai anima del mondo. Ci sono, infine, tantissime parole in "National Gallery": in molti cercano di dire un quadro, di esprimerne i significati, di scandagliarne l'interno, ma alla fine è sempre la parola la grande sconfitta, la protagonista di un fallimento inevitabile. Rimane qualcosa di più, un oscuro altro, un momento epifanico che salva l'arte dalla tirannia del verbo. Il film in fondo non è altro che il racconto di quello scacco matto al linguaggio che finisce per riguardarci tutti.

Wiseman continua così a essere l'occhio cinematografico del mondo, il rilevatore di forze e tendenze che prima ancora che alla società appartengono all'uomo stesso.

E mentre dei ballerini danzano davanti a due quadri del Tiziano, tutto sembra convergere e uscire fuori dallo schermo. E noi, testimoni di quest'ennesimo viaggio, siamo ormai consapevoli che qualsiasi cornice è sfondata.

Siamo nel quadro, siamo il quadro.


Nessun commento: