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giovedì 31 dicembre 2015
Ritorno alla vita: il mio 2015 cinematografico
Arriva, come sempre, il mio personale archivio di visioni dell’anno che sta per giungere al termine. Non si tratta di una classifica convenzionale, ma di una sorta di piccolo atlante di suggestioni del 2015: oltre ai film usciti in sala, prendo in considerazione anche le visioni festivaliere e vari altri recuperi lontani dalle sale. Ci tengo sempre a sottolineare che questo giochino da cui non riesco a sottrarmi è altamente, fieramente instabile: è un magma di titoli non troppo ponderati, sono scintille, piccole esplosioni di cuore prima ancora che di cervello. Come al solito il modo migliore per partire è iniziare da ciò che manca in questa lista: non troverete gli ultimi film di registi che amo come Apichatpong Weerasethakul, Hou Hsiao-hsien, Hong Sang-soo, German jr., De Oliveira, Larrain e molti altri perché, purtroppo, non sono riuscito ancora a recuperarli. In attesa di poterli inserire in futuro, vi auguro buona lettura e, soprattutto, buone visioni!
L’oltre – Cronache dal Paradiso
(dove non può esistere paragone alcuno, perché nel regno dell’oltre non ci sono numeri o stellette che tengano. L’ordine, di conseguenza, è puramente casuale)
BLACKHAT Michael Mann
MAD MAX: FURY ROAD George Miller
RITORNO ALLA VITA Wim Wenders
TROIS SOUVENIRS DE MA JEUNESSE Arnaud Desplechin
THE WALK Robert Zemeckis
IL PONTE DELLE SPIE Steven Spielberg
FRANCOFONIA Aleksandr Sokurov
RABIN, THE LAST DAY Amos Gitai
INSIDE OUT Pete Docter, Ronnie del Carmen
OFFICE 3D Johnnie To
11 MINUT Jerzy Skolimowski
PER AMOR VOSTRO Giuseppe M. Gaudino
AMERICAN SNIPER Clint Eastwood
BELLA E PERDUTA Pietro Marcello
Gemme preziose
(Qui e nelle prossime due "sezioni" c’è un ordine, più istintivo che ragionato, dall’alto in basso).
45 ANNI Andrew Haigh
CAROL Todd Haynes
TURNER Mike Leigh
GLI UOMINI DI QUESTA CITTA’ IO NON LI CONOSCO. VITA E TEATRO DI FRANCO SCALDATI Franco Maresco
IN JACKSON EIGHTS Friedrick Wiseman
MOUNTAINS MAY DEPART Jia Zhang-ke
AFTERNOON Tsai Ming-liang
ANANKE Claudio Romano
IT FOLLOWS David Robert Mitchell
FOXCATCHER Bennet Miller
SANGUE DEL MIO SANGUE Marco Bellocchio
VIZIO DI FORMA Paul Thomas Anderson
RABO DE PEIXE Joaquim Pinto e Nuno Leonel
LOUISIANA Roberto Minervini
UNA NUOVA AMICA François Ozon
MIA MADRE Nanni Moretti
NON ESSERE CATTIVO Claudio Caligari
IL NEMICO INVISIBILE Paul Schrader
IN THE HEART OF THE SEA – LE ORIGINI DI MOBY DICK Ron Howard
MICROBE & GASOLINE Michel Gondry
TIMBUKTU Abderrahmane Sissako
SAUL FIA László Nemes
MATE-ME POR FAVOR Anita Rocha da Silveira
THE WHISPERING STAR Sion Sono
MISSION IMPOSSIBLE: ROGUE NATION Christopher McQuarrie
IL VIAGGIO DI ARLO Peter Sohn
A BIGGER SPLASH Luca Guadagnino
THE VISIT M. Night Shyamalan
LA CALLE DE LA AMARGURA Arturo Ripstein
JIA Shumin Liu
DAL RITORNO Giovanni Cioni
EVA NO DUERME Pablo Aguero
L’HERMINE Christian Vincent
JUPITER – IL DESTINO DELL’UNIVERSO Andy & Lana Wachowski
HUNGRY HEART Saverio Costanzo
SICARIO Denis Villeneuve
THE MARTIAN Ridley Scott
EX MACHINA Alex Garland
DHEEPAN Jacques Audiard
A FLICKERING TRUTH Pietra Brettkelly
MAN DOWN Dito Montiel
JURASSIC WORLD Colin Trevorrow
BAGNOLI JUNGLE Antonio Capuano
EQUALS Drake Doremus
SPOTLIGHT Tom McCarthy
LO CHIAMAVANO JEEG-ROBOT Gabriele Mainetti
INTO THE WOODS Rob Marshall
THE EVENT Sergei Loznitsa
ANT-MAN Peyton Reed
EL CLAN Pablo Trapero
GIOVANI SI DIVENTA Noah Baumbach
TRUTH James Vanderbilt
Sospesi nel limbo
BEHEMOTH Zhao Liang
HITCHCOCK/TRUFFAUT Kent Jones
JUNUN Paul Thomas Anderson
ABLUKA (FRENZY) Emin Alper
EVEREST Baltasar Kormákur
COSMOS Andrej Zulawski
IL RACCONTO DEI RACCONTI Matteo Garrone
GIRLS LOST Alexandra-Therese Keining
THE FIGHTERS – ADDESTRAMENTO DI VITA Thomas Cailley
THE DANISH GIRL Tom Hooper
MARGUERITE Xavier Giannoli
SPECTRE Sam Mendes
MONSTER HUNT Roman Hui
GRANDMA Paul Weitz
AMAMA Asier Altuna Iza
THE FORBIDDEN ROOM Guy Maddin
STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA J.J.Abrams
PIXELS Chris Columbus
MUSTANG Deniz Gamze Erguven
EXODUS – DEI E RE Ridley Scott
E poi giù all’Inferno
BLACK MASS Scott Cooper
TOMORROWLAND Brad Bird
HEART OF A DOG Laurie Anderson
DE PALMA Noah Baumbach e Jake Paltrow
LAND OF MINE Martin Zandvliet
WINTER OF FIRE Evgeny Afineevsky
LEGEND Brian Helgeland
ROOM Lenny Abrahmson
IRRATIONAL MAN Woody Allen
MARAVIGLIOSO BOCCACCIO Paolo e Vittorio Taviani
INTERRUPTION Yorgos Zois
CENERENTOLA Kenneth Branagh
THE IMITATION GAME Morten Tyldum
EXPERIMENTER Michael Almereyda
L’ATTESA Pietro Messina
TERMINATOR GENESIS Alan Taylor
WHIPLASH Damien Chazelle
ANOMALISA Charlie Kaufman
UNBROKEN Angelina Jolie
FREEHELD Peter Sollett
LA DELGADA LINEA AMARILLA Celso Garcia
BIG EYES Tim Burton
THE ENDLESS RIVER Oliver Hermanus
THE CONFESSIONS OF THOMAS QUICK Brian Hill
BEAST OF NO NATION Cary Fukunaga
GO WITH ME Daniel Alfredson
REMEMBER Atom Egoyan
YOUTH Paolo Sorrentino
Appendice: parole in disordine su primi piani, duelli e notti blu
Solo uno sguardo, un ultimo sguardo prima di morire. Gli occhi vitrei, congelati, tristissimi di chi è ancorato alla terra ma fissa il cielo: ecco come risplende ammaliante il seguito impossibile di Miami Vice. Nell’ultimo, potentissimo capolavoro di Michael Mann emerge l’estremo, dilagante romanticismo di un autore che scavalca costellazioni virtuali, realtà cibernetiche, hackeraggi invisibili per tornare nientemeno che ai corpi. Mann supera i regimi numerici della rete per lasciarsi andare alla materia, allo scontro di un cinema che (r)esiste, all’ultima, roboante mascherata post-ciminiana di un carnevale fatale. Blackhat supera le velocità extracorporee per ritornare al peso stesso del duello: dal file digitale alla massa corporea, dal virus elettronico allo squarcio fisico. Ed è questo il cortocircuito più grande del 2015 cinematografico: ritagliarsi attimi di tempo per sfuggire alle metastasi cancerogene del mondo, intercettare sguardi perduti capaci di cristallizzare la durata, interrompe il flusso dirompente dell’azione. Come nel 2006, quando Colin Farrell, malinconico come mai, perdeva il suo sguardo nel cielo e viveva un’avventura melò fuori-formato che spezzava i geniali disequilibri del film. Nessun cineasta come Michael Mann è in grado di astrarre il racconto, di interessarsi alle particelle, ai fuori-campo, alle deflagrazioni stesse dell’immagine all’interno delle rovine di un genere. Perfino più di Wong Kar-wai, perfino più di The Grandmaster (per certi versi opera affine a Blackhat).
E mentre l’action-movie si trasforma nel desiderio infinito di salvare quei corpi e quei cuori che noi siamo, George Miller, rockstar impazzita reduce da Babe il maialino coraggioso, si fa carico di blindocisterne, velocità supersoniche e rock acrobatico, per cantare le gesta della sua invincibile guerriera Furiosa e del suo mitico Max. Nelle notti fatate di Mad Max, con quel blu pittorico di zulawskiana memoria (canta ancora il globo d’argento), riscopriamo la magia di una luce calda che accende, scalda, irradia un cuore smarrito in un campo deserto. Mad Max: Fury Road è il miglior action-movie da tanti anni a questa parte, perché svuota completamente la narrazione e ci lascia in balìa di un’eccitante, febbricitante estasi visiva: inebriati da luci, colori, corpi e testosterone, ci lasciamo andare al piacere assoluto ed eroticissimo del movimento.
Se poi volessimo fare i conti con il vuoto, richiedere al cinema un ennesimo volo antigravitazionale, dovremmo salire a bordo del nuovo flight cinematografico di quel geniaccio di Robert Zemeckis, cantore sacro della nostra infanzia. Desideriamo ancora rimanere in bilico con lui in The Walk e vorremmo passeggiare su quel filo per tante altre vite, tanti altri spazi, tanti altri mondi. Mai come oggi lo spettatore rischia seriamente di farsi male, di cadere in quello spaventoso vuoto che è ai suoi piedi (il 3D inverso più bello che si sia mai visto: l’immagine non ci viene più addosso, siamo noi a scivolarle dentro). E ripensiamo a Doc e Marty mentre scorrono i sogni funamboleschi di un cineasta che, film dopo film, rimane sempre più in piedi sul gorgo del nulla. Le Torri Gemelle sono ancora a New York, al cinema, solo al cinema! Per ricordarci che un unico bellissimo gesto può riuscire a redimere il reale. Per ricordarci che si può ancora fare un film à la Frank Capra perfino nel 2015. Lo sa Zemeckis, lo sa ancora di più Steven Spielberg. Con Tom Hanks che fa James Stewart, i cerchi si chiudono, e vediamo una luce, un bagliore, un biancore che non esiste in nessun altro luogo sulla terra se non nel cinema di papà – quello consumato dai nastri visti rivisti troppe volte. Il Ponte delle Spie, da vedere insieme a The Terminal, è l’ennesimo, commovente atto di fiducia nei confronti dell’uomo da parte del Gigante buono.
Ma dov’è l’altra parte? Le immagini di repertorio, le tragedie del contemporaneo, il reale che imita sempre di più la finzione, fino al paradosso estremo di un cinema del reale. Il mantra cinematografico di quest’anno non può che essere l’assassinio di Rabin, l’immagine mancante, la voce che ci richiama, l’immagine-destino di un intero popolo. Si spalanca allora l’ultimo gigantesco film di Amos Gitai come se fosse il rebus cruciale di un’intera cultura. Rabin – The Last Day (che arriva dopo il folgorante, solitario Tsili) è il film sul giorno dopo (ma anche il film del giorno dopo), l’opera che più di ogni altra può, deve, vuole, può guardare avanti, ma sa che passato, traccia e cenere sono materia del futuro. Un po’ come Francofonia di Aleksandr Sokurov, entrambi i film sono oggetti liquidi, dove l’immagine è camaleontica, il montaggio si fa gesto fluido, incostante, fuori dal tempo (nel suo sforzo di essere sempre e comunque nel tempo). Non c’è differenza tra il girato di oggi e il girato di ieri, tra le preziose immagini dell’Istituto Luce e un primo piano fragilissimo del Pulcinella di Bella e perduta.
Siamo in totale (con)fusione.
Pietro Marcello gira su pellicola rovinata mentre ci regala la più bella fiaba del cinema italiano (quella che racconta un mondo fatto interamente di soglie), quel folle di Skolimowski allestisce diabolicamente il canto funebre del digitale mentre annega in un mare di pixel (eppure rimane sempre un punto nero ribelle). 11 Minut, ovvero tutto il tempo prima della fine del mondo (ma non siamo in 4:44, qui la fine non è l’attesa ma è l’inizio, la composizione stessa dell’immagine numerica). Dicevamo, 11 Minut è il film sul cinema che è e che sarà, quello che si prende tempo, che gioca a fare De Palma perché sa che non c’è più percorso, non c’è più traiettoria che non preveda una smisurata, colossale implosione (che film enorme il suo, così diverso, così lontano da Essential Killing eppure già lì, incastrato in quello stesso, generosissimo sguardo). Sommersi da questo mare magnum di immagini non rimangono che urla mute (A Bigger Splash), sedie lasciate vuote (Francofonia e Afternoon), astrazioni di un viaggio che si vorrebbe sempre ricominciare (Carol), ultimi balli prima che la nuova faccia del capitalismo faccia capolino (Office 3D) e primi piani che aprono varchi temporali (Ananke) mentre sognano nuovi cinema possibili, nuove vite che nascono dai resti del mondo: il film di Claudio Romano è un vero e proprio gesto politico, una piccola, grande nuova aurora.
Rimane il desiderio grandissimo di vedere il corpo, il volto, l’occhio di quel cadavere perfettamente conservato in un ghiacciaio: lei, eterna giovinezza, lei, volto trasognato che supera il tempo, lei, immagine negata, lei, amata, spensierata gioventù. E’ l’immagine più forte di 45 anni proprio perché è l’unica immagine che non c’è. Sei felice che non ci sia, ma la desidereresti così ardentemente da convincerti di averla già vista, da essere persuaso che quella donna sia nel film (un po’ come Jessica Chanstain che c’è/non c’è in To The Wonder). Altrove, si giocano le sorti del mondo, si parla di guerra osservandone causticamente i riflessi, le schegge impazzite, i momenti in cui si può ancora tornare uomini. Il proiettile in ralenti che buca lo schermo in American Sniper, l’ultimo incompreso tassello di Clint Eastwood. Il film che racconta l’educazione alla guerra, l’omicidio come gesto automatico e, ancora di più, la maledizione terribile di riportare il conflitto tra le mura domestiche. Gli fa eco il più acerbo, ma non meno interessante, Man Down dove il reduce americano è il soldato che arriva a identificare il nemico con la propria moglie. E’ l’America suicida, quella che si autodistrugge, che mina le sue fondamenta pur di continuare a vivere.
Ma il 2015 è stato anche l’anno della miopia critica nei confronti di alcuni grandi, sottovalutatissimi ritorni. E’ stato l’anno di Wim Wenders che, con Ritorno alla vita ci regala uno dei più intimi giochi di specchi del suo cinema. Un personalissimo hereafter dominato da un montaggio interessato solo agli echi privati, alle avventure del cuore, alle stagioni dell’amore, ai riflessi di ogni nostra singola azione. E’ stato l’anno del fischiato Marco Bellocchio che realizza l’unico (l’ultimo) film possibile su un gesto cinematografico sorto dalle ceneri, dagli allori, tra le derive vampiresche del mondo. Non rimane che un Nosferatu in Sangue del mio sangue e la consapevolezza amara, disincantata e dolente, che Bobbio - e solo Bobbio - sia il mondo. Infine, mentre Caligari regala il suo ultimo, splendido Amore Tossico e mentre Desplechin realizza una perla che assomiglia al diario dei nostri genitori, Giuseppe Gaudino gira un film per amor nostro, o meglio Per amor vostro: il primo piano della Golino, a cuore aperto, è la vera, straziante epifania di quest’anno. E di fronte a una Napoli mai vista e tutta mentale, ti ritrovi ad amare questo piccolo grande film come non avresti mai pensato…e ora, in attesa del nuovo anno che inizierà con l’amato Terrence Malick, tanti auguri a tutti e buone visioni!
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mercoledì 27 maggio 2015
Il primo piano di Margherita nel Faust
Primi piani già pronti a incendiare lo schermo.
Cristalli di luce dove il tempo si è fermato, affondando nel bagliore accecante di uno spazio sconosciuto. In questa dimensione altra, il volto è quella figura segreta capace di sprigionare la potenza disioniaca di tutto ciò che è altrove e sconfinato.
Dove siamo? Cosa sono queste radiazioni di luce che bucano lo schermo?
E' come se, improvvisamente, l'interno bruciasse l'esterno, oltrepassando cornici e formati, in un radicale (e dolcissimo) rifiuto dello spazio. Questo è quello che io chiamo shock.
Il volto di Margherita è già, di per sé, l'atlante probito del cinema tutto, la terra desolata, il deserto senza fine, il settimo continente cui tornare sempre a perdersi ed errare. E' il primo piano che disvela l'invisibile e, mentre oltrepassa l'immagine stessa, scopre i fantasmi (angeli o demoni che siano) della sua stessa apparizione.
giovedì 29 dicembre 2011
2011 - Sotto il segno della fine

A pochi giorni dalla fine dell'anno eccomi a fare un bilancio delle visioni di questo 2011 cinematografico. Per chi scrive si tratta di un'annata folgorante. Ho avuto l'impressione che alcuni film si inseguissero, si guardassero, si rispondessero perfino. Il tema apocalittico della Fine non è mai stato così forte. Mi è sembrato che "The Tree of life", "Melancholia" e "Faust" comunicassero tra loro. Son film diversissimi, per carità, eppure sono così vicini. Poi ho visto "Il cavallo di Torino". Era come se un percorso casuale e indeterminato stesse prendendo una forma. Non è questa la sede per analizzare i quattro film, i rimandi, le assonanze, le totali divergenze (di pensiero, di forma, di visioni) ma è sorprendente che siano usciti nello stesso anno, che si siano scontrati/incrociati. Che abbiano cinematograficamente dialogato. Sarei curioso di vedere anche l'ultimo film di Abel Ferrara a riguardo, che con la fine del mondo c'entra non poco.
Non si può non essere grati, dunque, a un'annata che ha offerto film così importanti. Il valore fondativo di "The Tree of Life" è inestimabile. Aver sentito il sudiciume del "Faust" in sala è qualcosa di irraccontabile. In direzioni diverse si muovono Refn e Kaurismaki, cantori lontani ma vicini di un cinema che rivendica il suo statuto illusorio.
E gli Italiani? Ormai disgustato da un produzione meanstream nazionale imbarazzante, ho incluso nella classifica il bellissimo esordio "Corpo celeste". Davanti a una produzione nazionale tanto modesta, "Corpo celeste" è un urlo di speranza necessario. Comunque sia penso che il panorama più interessante per il cinema italiano odierno sia il documentario. Segnalerei qui, anche se non l'ho incluso nella playlist, il talentuoso Pietro Marcello che dopo l'ottimo "La bocca del lupo" ha girato "Il silenzio di Pelesjan", bellissimo documentario sul grande regista Armeno (troppo spesso dimenticato).

Nella playlist, purtroppo, non trovano spazio alcuni film usciti nel 2011 che, almeno qui, vorrei segnalare: il caustico kammerspiel "Carnage" di Roman Polanski; il contagioso "A dangerous method" dove Cronenberg teorizza la sua intera filmografia; il buon "13 Assassini" del poliedrico Takashi Miike, ma anche il disperante e ambiguo "Arirang" di Kim Ki Duk e il riuscito "Poetry" di Lee Chang Dong; Wim Wenders e il suo "Pina 3D" che dimostra come il 3D, se in mano a un vero Autore, possa essere un buono strumento; tra gli altri menzioni particolari a "Ladri di cadaveri" ennesimo gioiellino del grande John Landis. Infine, visto una settimana fa, il buon "Le idi di Marzo" che conferma le capacità di Clooney regista (e ha un cast in stato di grazia). E di fronte alle poche delusioni cocenti di quest'anno (vedi il pessimo "This must be the place" di Sorrentino, il mediocre "Cigno nero" di Aronofsky, l'imprenditoriale "Le avventure di Tin Tin" di Spielberg e, sebbene sarò bacchettato a vita, "Herafter" di Eastwood) lascio spazio agli otto grandi film che ho scelto per la playlist.
p.s. purtroppo non ho avuto modo di vedere "Una separazione" di cui ho letto molto bene, e l'ultimo documentario del mio amato Herzog, "The cave of forgotten dreams". Probabilmente sarebbero potuti finire in playlist...

* The Tree of Life
Perché è come vedere per la prima volta.
Perché a reinventare il cinema è il cinema stesso e non i suoi accessori.
Perché è imperfetto come solo le cose grandi lo sono: un meteorite si schianta contro la terra; il dolore di una perdita sul volto di una madre.
Alla violenza come evoluzione Malick preferisce l'amore: la scena dei dinosauri come risposta all'apologo sulle scimmie di memoria Kubrickiana. Con un caleidoscopio sinfonico di immagini di rara bellezza Malick inneggia alla vita, dall'origine del mondo fino alla fine dei tempi. E nel buio della sala ti scopri a piangere.
* Faust
Non è secondo a nessuno (si trova in questa posizione solo per obbligo di playlist). Ma non è nemmeno comparabile a nessuno. Faust è un film-mondo, di una grandezza sconvolgente, di un'apertura asfittica e, dunque, ossimorica. Di un lerciume avvolgente. E' un homunculus che respira. E' un mostro ipertrofico che cresce nella mente: più passa il tempo e più avvolge/sconvolge il ricordo. Potente come mai, Sokurov chiude la sua tetralogia. Ma il miracolo vero lo fa con il tempo: come pochi, pochissimi registi nella storia del cinema, reinventa il tempo, lo "scolpisce", lo blocca, lo manipola, lo seda, lo plasma come fosse materia. Istanti irradiati di luce, sguardi epifanici, e scimmie sulla luna. Il Male non è mai stato così spaventosamente banale.
* Melancholia
Perché ho visto tanti film dell'orrore in vita mia ma durante "Melancholia" ero terrorizzato. La fine arriva in un istante. L'angoscia è un'agonia che dura per tutta la vita. Von Trier rintraccia nella depressione lo stadio privilegiato per il sentore della fine. Un prologo di incredibili tableaux vivants e poi quella festa di matrimonio che è già, a tutti gli effetti, la fine del mondo. Melancholia si è già schiantato là, nello sguardo inquieto e perduto di Kirsten Dunst, mentre balla, mentre urina, mentre scopa in un giardino DeChirichiano. E alla fine? Il cinema. La grotta magica.

* Drive
Per il coraggio. Per l'amore devoto, incondizionato, fedele e coerente nei confronti del cinema. Perché in un mondo che ha scordato le differenze tra vero e verosimile, Refn ha la sfacciataggine di credere nel cinema. Il ralenti in ascensore, quando Gosling bacia la bellissima Carey Mullighan, con la luce delle grandi storie d'amore. E poi la violenza come deflagrazione improvvisa e roboante dell'immagine. E così, sedotto dalle forme, nelle ombre scopri un cuore, nelle automobili un'anima, nella violenza un corpo. Fatale, come lo sguardo del Driver.
* Miracolo a Le Havre
Perché, seppur siano film diversissimi, lo ho amato per le stesse ragioni di "Drive": la rivincita del cinema nei confronti della realtà. Cantore coraggioso e sublime, Kaurismaki va in totale controtendenza, inventa un finale poetico e impossibile dove, finalmente, qualcuno ritorna a credere nell'uomo. Kaurismaki non emula la realtà, ne inventa semplicemente una nuova, dominata da altre leggi e pulsioni, più liete e chapliniane, più eccentriche e colorate. Cinema allo stato puro.
* Il ragazzo con la bicicletta & Corpo celeste
Perché i fratelli Dardenne sono gli unici eredi di Robert Bresson: cinema essenziale, ascetico e straordinario. Con una messa in scena di una sobrietà commovente, trovano anche il loro lieto fine.
Dall'altra parte c'è "Corpo celeste" che, a mio avviso, è il migliore esordio Italiano degli ultimi anni. E' un film di sguardi e di silenzi. La Rohrwacher con un solo film dimostra di avere più talento, più sensibilità, più amore rispetto alla maggior parte dei nostri registi (o presunti tali). E con la sequenza dei gatti filma una scena di (in)visibile crudeltà cinematografica.
* Cavallo di Torino
Béla Tarr firma il suo film definitivo. Non il più bello, ma quello finale. Necessariamente finale. Nell'anno delle apocalissi, di Melancholia, di The Tree of Life e di Faust, il quarto sguardo sulla fine è firmato da uno dei più grandi Autori viventi: la fine del mondo è la reiterazione graduale, l'eternamente identico, il riciclo dell'uguale. Se Sokurov reinventa il tempo, Tarr avvolge il suo film con anelli di vento e crea un'esperienza straordinariamente ipnagogica: "Il cavallo di Torino" si staglia nella mente come un fantasma minaccioso e invalido, che vive non vite tra il sonno e la veglia. Oltre la ragione c'è l'abisso. Ma l'abisso non è la fine, solo la ripetizione continua e costante del quotidiano.
giovedì 15 settembre 2011
Primi pensieri in libero disordine: "Faust" di Sokurov
Reduce dalla visione ipnotica e straordinaria del "Faust" di Sokurov, leone d'oro all'ultimo festival di Venezia. Immaginate un mostro deforme, degradante e degradato. Un unicum dalla potenza rara, che ha il potere di squarciare, una volta di più, il dispotivo-cinema. La sua arma? Un talento enorme chiamato Alexander Sokurov. Il cinema si squarcia a suon di viscere e carne. L'homunculus esce fuori.
Ma per scrivere di carne bisogna prima metabolizzare l'immagine. Respirarla, riesplorarla, perdersi per poi tornare. O forse no.
Lontani dalle scatole industriali il cinema è smarrimento e perdizione.
E noi spettatori protagonisti, tra luci e colori, di quel peccato originario che è l'unica, vera visione.
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