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martedì 25 luglio 2017

Appunti: Song to Song




Morire e rinascere a ogni stacco di montaggio, tentando in ogni modo, in ogni tempo, di afferrare la vita. Con le mani, con le labbra, con una lacrima o con un sorriso: sempre in movimento senza far nulla, alla ricerca di nuove, furtive estasi sotto il cielo di Austin. Senza legge, senza gravità, levitando di canzone in canzone. Il film di Malick che più somiglia a un sogno, quello che si moltiplica per tornare sempre all'unità, o al gentile miraggio di una storia d'amore. Ancora una volta, prima di ogni discorso, prima di ogni dietrologia, per me quello di Malick continua a essere il cinema più emozionante, più potente, più straziante del mondo...e Song to Song, probabilmente, la rapsodica chiosa di quell'enorme film sulla compassione incominciato con The Tree of Life.

mercoledì 1 febbraio 2017

Voyage(s) of Time - Il mio 2016 cinematografico




Quest’anno non avevo voglia di fare una classifica delle visioni, parlare di belli o brutti, cadere nella prassi dei numeri. Ho deciso di limitarmi a una serie di film – una quarantina circa – che ho particolarmente amato nel corso del 2016, senza preferenze, ma in ordine sparso. Come sempre non mi riferisco solo ai film usciti nelle sale italiane, ma anche a quelli visti in festival (Rotterdam, Venezia, Roma, Trento, Future, Shorts e.c.c.) o recuperati in altri modi. Potrete quindi trovare film di annate precedenti, mentre altri, usciti in sala quest’anno (vedi Il figlio di Saul o Al di là delle montagne) erano già nella lista dell’anno scorso.


Il mio 2016 cinematografico è stato, e non poteva essere altrimenti, anzitutto un viaggio nel tempo, dove si incrociano palingenesi in CGI (Voyage of Time), vulcani come connettori continentali (Into the Inferno) e reti convergenti (Lo & Behold), dissolvenze che rivelano un mondo di fantasmi (The Last of Us), sfide titaniche contro le montagne (Monte) o il primo passo subito dopo l’oblio (Knight of Cups). Ho pensato subito al crocifisso innevato di Tarantino o alle lande bianche e vastissime di Neruda, ai treni del tempo di Almòdovar o ai finali western degli ultimi cowboy americani (Dog Eat Dog di Schrader). Gli occhi brillano di meraviglia (The Assassin), mentre gli uomini comuni si scoprono poeti (Paterson) o eroi (Sully). Alla ricerca di un punto d’unione impossibile tra un film di Lav Diaz, uno di Garrel, uno di Costa e uno di Loznitsa, mi lascio andare al cinema americano più granitico e cinetico, quello di Jason Bourne, di Rogue One, al classicismo muscolare e perfino senile di Creed fino a quello redentivo di Hacksaw Ridge. Rimango, in fondo, un romantico (La mia vita da zucchina). Nel cinema italiano intanto, di fronte alle epifanie di un regista come Marco Bellocchio che continua a girare cose straordinarie, amo in egual modo la spontaneità dei Cormorani, le rovine di Montedoro, le cosmogonie di Spira Mirabilis, la riscoperta del genere perfino di Veloce come il Vento. E poi, tra le stelle, dove ballano i due protagonisti di La La Land, proietto gli alieni di Arrival...e verso le stelle il sabba di quel film fenomenale che è The Witch. L’ultimo pensiero va ai due commoventi vecchietti di My Love, Don’t Cross that River, un film che già dal titolo spezza il cuore. Buon anno a tutti!


Qui i film: https://www.facebook.com/schermo.bianco.7/media_set?set=a.711173392394699.1073741837.100005061334309&type=3

giovedì 18 febbraio 2016

Primi appunti su Knight of Cups




"Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto."
(Prima Lettera ai Corinzi, capitolo 13, San Paolo).

Sorprendente e radicale l'ultimo sconvolgente Malick.



Ricomporre mondi perduti, ricostruire l'idea stessa di un uomo, reinventare il legame tra noi e il mondo, fino ad allestire un nuovo insensato girotondo: mai stato così oscuro Malick che porta il suo cinema tra la gente, che fotografa le superfici alla ricerca disperata di una scintilla che è sempre da un'altra parte. Tra cielo e terra, si sprofonda in acqua, richiamati da un altrove lontano, senza tempo, senza durata: la materia si astrae e non rimangono che i sogni nei sogni e il ricordo vaporoso del bambino che eravamo. La nostalgia irrequieta dell'albero della vita si fa allucinazione vertiginosa, un incubo da cui il principe deve svegliarsi per poter tornare a vivere. "Knight of cups" mi è parso subito come l'opera definitiva, terribile e potentissima, di Malick sull'oblio, condizione esistenziale e fondativa dell'uomo stesso...che poi è il suo stesso moto vitale, l'inizio e la causa del nuovo pellegrinaggio.


ciò che rimane è già destinato a partire sui canyons di hollywood



occhi puntati sulle cose, alla ricerca commovente di una luce altra, di una grazia inaccessibile, di un reminescenza improvvisa scolpita nella patina pubblicitaria del mondo. In attesa di poterlo rivedere e scriverne in maniera più approfondita, mi convinco sempre di più che Knight of Cups sia il film definitivo sulle immagini e sulla loro stessa negazione (come se lo statuto ontologico di ogni immagine e, dunque, di ogni uomo fosse l'oblio: questo il terrore più profondo a cui è giunto, miracolosamente, il cinema malickiano).


come angeli in alta definizione, immemori di un colore caldo che possa tornare ad abbracciare le immagini, perduti in un mondo che non si vuole più.


"Tutto è già esistito. La vita mi pare un'ondulazione priva di sostanza. Le cose non si ripetono mai, ma sembra che noi viviamo nei riflessi di un mondo passato, di cui prolunghiamo gli echi tardivi." (E.M. Cioran, "Lacrime e Santi")

mercoledì 25 marzo 2015

Nell'indifferenza della natura:
tra Malick e Steinbeck




Leggendo Steinbeck, guardando il Malick de "I giorni del cielo", si ha sempre l'impressione che, al di là delle vicissitudini dei nomadi che vagavano per l'America in cerca di lavoro, la vita continui, nella più completa indifferenza della natura.
Le stagioni seguono il loro corso, gli animali abitano le campagne abbandonate, gli uomini lavorano, viaggiano, crescono e soprattutto guardano. Alcuni di loro muoiono, altri continuano imperterriti a viaggiare. E' il fatto stesso che tutto prosegua, in una sorta di danza naturale che dura fin dall'inizio dei tempi...Ripenso a tutti quei momenti, nel cinema di Malick, in cui viene inquadrato un volto, una situazione, un fatto naturale, un animale selvatico, per cui le tragedie narrate sono solo eco lontane e forse sconosciute. C'è qualcosa di terribile e meraviglioso in questo, che forse è il fascino stesso per l'erranza e il movimento (torniamo sempre alla Route 66, frontiera in movimento dell'immaginario americano). Ripenso certo a "Furore" del grande padre John Steinbeck. Quando i lavoratori partono alla volta della California, prima di seguirli nella loro epopea di viaggio, l'autore dedica un intero capitolo alla campagna lasciata vuota.

"Le case rimasero vuote nella campagna, e la campagna fu vuota per questo. Solo i capanni dei trattori erano vivi, i capanni di lamiera ondulata, argentei e luccicanti; ed erano vivi di metallo e benzina e olio, con i vomeri degli aratri splendenti. I trattori avevano i fari accesi, perché un trattore non conosce né giorno né notte, e i vomeri rivoltano la terra nelle tenebre e scintillano nella luce del giorno. E quando un cavallo ha finito il suo lavoro e torna nella stalla, c'è ancora vita e vigore in lui, c'è un respiro e un calore (...) Le porte delle case si spalancavano di colpo, e sbattevano nel vento. Bande di ragazzii accorrevano dai villaggi per rompere le finestre e frugare tra i detriti, in cerca di tesori. (...). Subito dopo la partenza della gente, al calar della sera del primo giorno, i gatti avventurosi tornarono dai campi e miagolarono sulla soglia delle case. E, non vedendo uscire nessuno, i gatti entrarono furtivi dalle porte aperte e si aggirarono miagolando per le stanze vuote. Poi tornarono nei campi e da allora si fecero gatti selvatici, andando a caccia di gatti o toporagni, e dormendo nei fossi al calar del giorno. Al calar della notte, i pipistrelli, che di solito si fermavano all'esterno per paura della luce, irruppero nelle case e svolazzarono per le stanze vuote, e da allora si stabilirono negli angoli bui delle stanze durante il giorno, con le ali ripiegate lungo il corpo, appesi a testa in giù alle travi, e l'odore dei loro escrementi riempì le case vuote. E i topi s'inseriarono e stivarono semi negli angoli, nelle scatole, nei fondi di cassetto delle cucine. (...) "

giovedì 30 ottobre 2014

Errando sulle rovine tra Rossellini e Malick




Esalazioni di un mondo sopravvissuto alla catastrofe: "Viaggio in Italia" è sempre stato per me l'ultimo film, l'opera posteriore a tutte le altre, quella capace di camminare tra le rovine di un paese che si trova oltre la fine della Storia (la seconda guerra mondiale come guerra ultima, definitiva, inevitabile punto di non ritorno dell'umano). I personaggi erranti di Rossellini sono, non a caso, un Lui e una Lei, esili esistenze che vagano in terra straniera: nella speranza che il sentimento possa germogliare dall'aridità, che il fiore possa crescere di nuovo tra le rovine della Terra (e della morale). Con un salto avanti gigantesco, tanto audace quanto stimolante, i protagonisti di "To The Wonder" sono dei novelli Lui e Lei, non-esistenze in cui rispecchiarci, ipotesi di umanità che errano tra i resti dell'uomo. In ciò che viene dopo il cinema, non c'è più posto per psico-sociologie, rimangono gesti e movimenti, mappature di luoghi che possono sussistere anche (e perfino) senza gli uomini. La meraviglia è allora quel sentimento struggente e inquieto che ci dà movimento, ci mette in moto verso qualcosa di tragico eppur sublime, proprio perché irraggiungibile. Questi spettri erranti sembrano morti che camminano ben consci dell'impossibilità di un ritorno, di una rinascita, di un nuovo, auratico albero della vita. L'unico dono che esiste è allora un abban-dono (penso e ripenso che ogni uomo è la fragile testimonianza della sua sconfitta: ricordiamoci che "Viaggio in Italia" inizia con la domanda "Dove siamo?" a cui segue "Non te lo so dire") Sarebbe bello vederli insieme questi due film, farli lavorare l'uno nell'altro, indagarne i frutti, svelarne le tensioni e, forse, riscoprirne l'insospettabile compattezza.

giovedì 20 marzo 2014

Inscenando l'aria:
sul finale di "To The Wonder"




"(...) Agisci, svegliaci e richiamaci, accendi e rapisci, ardi, sii dolce. Amiamo, corriamo".
(Le Confessioni di Sant'Agostino, 8.4.9)

Mi piace pensare al finale di "To the wonder" come all'apice della dimensione estatica del cinema di Terrence Malick. Esistere significa vivere fuori di sé, continuare ad errare fino a fuoriuscire dal proprio corpo. La macchina da presa avanza tra gli alberi alla ricerca di ogni piccolo spiraglio di luce, tutta presa a catturare ogni singolo, eventuale, eccedente movimento della natura. Filmare significa esser catturati dal mondo, farsi sorprendere, cibarsi del sogno onnivoro, famelico, ipercinematografico di poter inscenare perfino il movimento dell'aria. Poi la macchina volteggia intorno al corpo di Marina, innescando con lei l'ennesima relazione d'amore. Distesa sulle spighe d'erba, lo sguardo della donna pare aperto all'altro, come visitato da una presenza sconosciuta, da un ricordo lontano che pensava ormai appassito. E bevendo gocce di rugiada finalmente crede e vede: alla meraviglia. Il suo volto s'illumina, Marina si volta radiosa, Mont Saint-Michel, e il sogno di un sogno che incendia lo sguardo. E inquieto il cinema di Malick - mai stato così ardente, così fragile, così umano - continua ad errare.

mercoledì 1 gennaio 2014

Chronik Einer Sehnsucht:
IL MIO 2013 CINEMATOGRAFICO
(alla meraviglia)




Più che una classifica questa vuole essere una libera ricognizione sulle visioni di quest'anno, con un'appendice che definirei più personale ed evocativa. Di seguito sono riportati tutti i film visti in sala (o ai festival di Roma e Venezia) nel 2013. Specifico subito che film come “The Master”o “Holy Motors” erano già nel mio 2012 e quindi non saranno in questa lista, mentre gli ultimi Malick e Korine, persi al festival di Venezia dell’anno scorso e rimediati quest’anno, sono stati ovviamente inseriti. Purtroppo mancano, tra gli altri, gli ultimi film di Lav Diaz, Bruno Dumont, Paolo Berger, Ulrich Seidl e Julio Bressane, che devo ancora recuperare.

Cronache dal Paradiso (dove non può esistere paragone alcuno, perché nel regno dell’oltre non ci sono numeri o stellette che tengano. L’ordine, di conseguenza, è puramente casuale).




DIE HANDERE HEIMAT: CHRONIK EINER SEHNSUCHT Edgar Reitz
HARD TO BE A GOD Aleksej German
TO THE WONDER Terrence Malick
STRAY DOGS Tsai Ming-liang
AT BERKELEY Friedrich Wiseman
FENG AI Wang Bing
THE ACT OF KILLING Joshua Oppheineimer
SPRING BREAKERS Harmony Korine
LA VITA DI ADELE Abdel Kechiche
O NOVO TESTAMENTO DE JESUS CRISTO SEGUENDO JOAO Joaquim Pinto e Nuno Leonel
FEAR OF FALLING Jonathan Demme



Gemme preziose
(Qui e nelle prossime due "sezioni" c’è un ordine, più istintivo che ragionato, dall’alto in basso).
WHY DON’T YOU PLAY IN HELL? Sion Sono
VENERE IN PELLICCIA Roman Polanski
BEHIND THE CANDELABRA Steven Soderbergh
BLUE JASMINE Woody Allen
ZERO DARK THIRTY Kathryn Bigelow
ONLY LOVERS LEFT ALIVE Jim Jarmusch
DJANGO UNCHAINED Quentin Tarantino
THE CANYONS Paul Schrader
HER Spike Jonze
LIKE FATHER, LIKE SON Hirokazu Kore-eda
APRES MAI Olivier Assayas
SU RE Giovanni Columbu
LO SCONOSCIUTO DEL LAGO Alan Gouriundieu
THE WIND RISES Hayao Miyazaki
LITTLE FEET Alexandre Rockwell
IL TOCCO DEL PECCATO Jia Zhang-Ke
NO Pablo Larrain
GRAVITY Alfonso Cuàron
SNOWPIERCER Bong Joon-ho
BLUE PLANET BROTHERS Miike Takashi
BELLAS MARIPOSAS Salvatore Mereu
LORDS OF SALEM Rob Zombie
I AM NOT HIM Tayfun Pirselimoglu
THE GRANDMASTER Wong Kar-wai
THE ZERO THEOREM Terry Gilliam EFFETTI COLLATERALI Steven Sodebergh
UNDER THE SKIN Di Jonathan Glazer
MOEBIUS Kim Ki-duk
ANA ARABIA Amos Gitai
IL MINISTRO – L’ESERCIZIO DELLO STATO Pierre Schoeller
NIGHT MOVES Kelly Reichardt
CHILD OF GOD James Franco
STAR TREK INTO THE DARKNESS J.J.Abrams
BLUE SKIE BONES Cui Jian
IL GRANDE E POTENTE OZ Sam Raimi
PACIFIC RIM Guillermo Del Toro
DANS LA MAISON François Ozon
COME UN TUONO Derek Cianfrance
RUSH Ron Howard
TIR Alberto Fasulo
I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY Ben Stiller
JOE David Gordon Green
LA MIGLIORE OFFERTA Giuseppe Tornatore
QUOD ERAT DEMONSTRANDUM Andrei Gruzsniczki
YOUNG DETECTIVE DEE: RISE OF THESEA DRAGON Tsui Hark
CAPO E CROCE – LE RAGIONI DEIPASTORI Antonio Pani e Paolo Carboni
I CORPI ESTRANEI Mirko Locatelli
FACCIAMOLA FINITA Seth Rogen, Evan Goldberg
DARK SKIES Scott Stewart



Sospesi nel limbo
LINCOLN Steven Spielberg
FLIGHT Robert Zemeckis
OBLIVION Joseph Kosinski
RE DELLA TERRA SELVAGGIA Benh Zeitlin
KICK-ASS 2 Jeff Wadlow
BLING RING Sofia Coppola
THE GREEN INFERNO Eli Roth
SEVENTH CODE Kiyoshi Kurosawa
LOCKE Steven Knight
SACRO GRA Francesco Rosi
GIOVANE E BELLA François Ozon
A VITA INVISIVEL Vitor Gonçalves
LAS BRUGAS DE ZAGARRAMUNDI Alex De La Iglesia
TAKE FIVE Guido Lombardi
THE UNKNOWN KNOWN Errol Morris
THE CONJURING James Wan
DALLAS BUYERS CLUB Jean-Marc Vallée
PARKLAND Peter Landesman
TALES FROM THE DARK Simon Yam, Fruit Chan, Chi Ngai Lee,Gordon Chan, Lawrence Lau, Teddy Robin
PHILOMENA Stephen Frears



E poi giù all’inferno
STOKER Park Chan-Wook
ENTRE NOS Paulo e Pedro Morelli
IL LATO POSITIVO Di David Russell
DON JON Joseph Gordon-Lewitt
THE MOLE SONG Di Miike Takashi
MISS VIOLENCE Di Alexandor Avranos
LA PRIMA NEVE Andrea Segre
WE ARE THE BEST! Lukas Moodysson
LES TERRASSES Merzak Allouache
CONFESSIONS Tetsuya Nakashima
GERONTOPHILIA Bruce LaBruce
UN GIORNO DEVI ANDARE Giorgio Diritti
LA GRANDE BELLEZZA Paolo Sorrentino
ONLY GOD FORGIVES Nicholas Refn
TRACKS Di John Curran
PALO ALTO Gia Coppola
WORLD WAR Z Marc Forster
CAZANDO LUCIERNAGAS Robert Flores Prieto
SORROW AND JOY Nils Malmros
CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO Ettore Scola
LA LUNA SU TORINO Davide Ferrario
ATTACCO AL POTERE Antoine Fuqua
RIGOR MORTIS Juno Mak
ANOTHER ME Isabel Coixet



Fuori concorso: giudizi sospesi causa umori instabili (in attesa di unaseconda visione, come a dire: la mancanza era solo nel mio occhio).
ZANJ REVOLUTION Tariq Teguia
LA JALOUSIE Philippe Garrel
TOM A’ LA FERME Xavier Dolan

Emozioni restaurate
TO BE OR NOT TO BE – VOGLIAMO VIVERE! Ernst Lubitsch
SORCERER – IL SALARIO DELLA PAURA William Friedkin





Appendice: la goccia di rugiada
Anno dell’assenza, della mancanza, dell’esistenza come ricerca continua, dove a contare sono soprattutto i tempi morti. Epopea della dolorosa, fragile e inquieta meraviglia di paradisi perduti ma mai dimenticati: l’albero della vita è uno spettro rievocato, il tempo è quello dell’erranza e del movimento. To The Wonder, film estatico per eccellenza, inteso come fuoriuscita dal proprio corpo, come essere fuori di sé: ogni uomo è abitato, posseduto, da più forze che combattono al suo interno. Tutto è in una goccia di rugiada, tutto è cinema. Non esistono più scarti possibili: l’occhio, famelico, onnivoro, verace, inghiotte ogni cosa che lo circonda, la vita di Adele che è una cento mille vite, perché è l’esistenza stessa che scorre davanti ai nostri occhi. E nel blu, colore caldo, i riflessi di quella spiaggia dove Truffaut immortalava la corsa del suo ragazzo selvaggio. Il mondo, qualsiasi mondo, finisce internato, si fa microcosmo, secondo una logica-frattale che pare muovere le immagini. E allora ecco il miracolo-Wiseman e la sua Berkeley, realtà implosa di un’intera società. O Oppheneimer e il fenomenale corto-circuito morale. O Wang Bing e il manicomio cinese – e, ancora, il documento che non è documento, il documentario che non esiste e non è mai esistito.



La sala è buia, lo schermo è nero, in principio era il Verbo, una voce legge il vangelo giovanneo e il cinema ritorna fenomeno cultuale.
Esperienze e viaggi immobili, come nei grandi romanzi, quelli delle passioni ardenti, delle delusioni e delle frustrazioni, delle coscienze infelici e delle aspettative tradite, di chi sogna il mondo ma è impossibilitato a conquistarlo. La grandezza di Edgar Reitz è quella di chi crede ancora nell’Uomo e nell’Avventura in un’epoca senza più uomini o avventure. E’ grande perché è fuori tempo massimo – come solo i più grandi. Penso ripenso al suo capolavoro immenso visto a Venezia, memore delle lacrime di un mondo che non esiste più. Ma lontano dagli inizi echeggia il fantasma della fine del cinema che si ripropone a ogni stagione, come si può vedere in quell’inquietante debordante videoclip imploso, altra cronaca di un dolore e di una fine che c’è già stata: Spring Breakers e ancora Spring Breakers e dopo solo The Canyons.



E, stanchi della tempesta d’immagini, verso il buco nero a cui sono destinate le icone sintetiche (l’elegia-requiem di Terry Gilliam), ci rifugiamo nella visione traumatica, immobile, lunghissima, estenuante e definitiva di Tsai Ming-liang. Non si può che rimanere il silenzio, con la voce spezzata e gli occhi consumati per il loro disperato, vitale tentativo di inseguire un indizio, un movimento, un supporto, una scintilla, anche nell’immobilità – soprattutto nell’immobilità. Rimane solo uno schermo, quello di Stray Dogs che andrebbe visto prima – e dopo – Goodbye Dragon Inn. Siamo già 3D, siamo già nello schermo, navigando tra vomito, feci e interiora, mentre un uomo suona jazz prima che il tempo lo renda possibile. Siamo già in Hard to Be a God, perché più di Dio, ci rendiamo conto che difficile è proprio essere uomini: reiterazione del Mito e del dolore. Penso subito a Su Re e alla Versione (intesa come declinazione del racconto) che ormai vince la Storia.

(digressione nella digressione: sono registi come Columbu, ma anche Mereu col suo splendido Bellas Mariposas e poi, fuori da quest'anno, Frammartino e Marcello, tanto per fare due nomi particolarmente noti, a fare gran cinema in Italia).

E ancora.

Ripenso ai primi piani dorati che infiammano lo schermo nell’ultima gemma di Jonathan Demme o alla danza della Venere in Pelliccia, il film che Polanski ha girato per una vita (perché qui c’è tutto il suo cinema). E a Woody Allen che sposa il dolore nell'espressione glaciale di Cate Blanchett, e alle lacrime di un intero Paese nel volto di Jessica Chastain (Zero Dark Thirty), e alle macchine da presa, armi in grado di uccidere, nell’ultimo straordinario Sion Sono.



Finisce (?) Soderbergh, autore geniale e inafferrabile di un cinema travestito e polisemico, perfino irritante per la sua glaciale, programmatica intelligenza. Finisce superando labirinti di Macguffin e false piste per consegnare alla memoria un dolcissimo affresco d’amore e possesso che sconfina nei territori della chirurgia estetica e dell’eterna giovinezza. Quasi un horror dove riecheggia continuamente il mito di Narciso.

Dietro l’angolo QuentinTarantino continua a riscrivere la storia con il Cinema mentre Jim Jarmusch associa la metafora del Vampirismo alla Cultura (e allo Spirito del Tempo), mentre fa un (quasi) kammerspiel invaso da un insieme vano di nozioni e citazioni che rivelano tutta loro inconsistenza, tutta la loro contingenza, tutta la loro instabilità.
“Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”.
Nel melò finisce Hayao Miyazaki e esplode Wong Kar Wai.
Ora è tempo dello spazio, privo di supporti, protagonista di una nuova assenza, quella della gravità.
Ora è tempo di Gravity (o di Bong, perché dopo Snowpiercer anche lui potrebbe essere pronto per lo Spazio: ancora una volta sogni a occhi aperti).


venerdì 3 maggio 2013

Prime impressioni di post-visione:
"To the wonder" di Terrence Malick




Sospeso e svuotato.
Primi commenti di post-visione, poche parole in occasione di poterne scrivere in maniera più approfondita.
Vorrei parlare della scomparsa e dell'assenza, di come si possa saturare il vuoto, di quell'abisso percepito a ogni inquadratura, a ogni stacco netto, a fine film.
Vorrei parlare di quel profondo senso d'inquietudine, solitudine e nostalgia, ben sapendo che non ci sono più alberi della vita né grandi Storie in cui potersi rispecchiare.
Si nasce nel digitale della bassa definizione, nella consapevolezza che la bellezza pervade ogni cosa di questo mondo, ma nella tragica situazione di chi non riesce più a vederla né a sentirla. Come nomadi che cercano di catturare con lo sguardo ogni piccola epifania di luce, ogni singola rivelazione, mi rendo conto che guardare è cercare (ed amare). Ma ci ritroviamo soli, sempre soli.
Il progetto Malick, a mio avviso, inizia a delinearsi più chiaramente. In terre desolate nullifica la narrazione tornando sempre al crepuscolo, dove ogni immagine è tesa a squarciarsi, addizionandosi e inabissandosi.
Solo lui sa muoversi in perfetto equilibrio tra sublime e banale, tra bello e ridicolo.
"To the wonder" è un'opera talmente fragile che distruggerla sarebbe facilissimo.

giovedì 29 dicembre 2011

2011 - Sotto il segno della fine



A pochi giorni dalla fine dell'anno eccomi a fare un bilancio delle visioni di questo 2011 cinematografico. Per chi scrive si tratta di un'annata folgorante. Ho avuto l'impressione che alcuni film si inseguissero, si guardassero, si rispondessero perfino. Il tema apocalittico della Fine non è mai stato così forte. Mi è sembrato che "The Tree of life", "Melancholia" e "Faust" comunicassero tra loro. Son film diversissimi, per carità, eppure sono così vicini. Poi ho visto "Il cavallo di Torino". Era come se un percorso casuale e indeterminato stesse prendendo una forma. Non è questa la sede per analizzare i quattro film, i rimandi, le assonanze, le totali divergenze (di pensiero, di forma, di visioni) ma è sorprendente che siano usciti nello stesso anno, che si siano scontrati/incrociati. Che abbiano cinematograficamente dialogato. Sarei curioso di vedere anche l'ultimo film di Abel Ferrara a riguardo, che con la fine del mondo c'entra non poco.
Non si può non essere grati, dunque, a un'annata che ha offerto film così importanti. Il valore fondativo di "The Tree of Life" è inestimabile. Aver sentito il sudiciume del "Faust" in sala è qualcosa di irraccontabile. In direzioni diverse si muovono Refn e Kaurismaki, cantori lontani ma vicini di un cinema che rivendica il suo statuto illusorio.
E gli Italiani? Ormai disgustato da un produzione meanstream nazionale imbarazzante, ho incluso nella classifica il bellissimo esordio "Corpo celeste". Davanti a una produzione nazionale tanto modesta, "Corpo celeste" è un urlo di speranza necessario. Comunque sia penso che il panorama più interessante per il cinema italiano odierno sia il documentario. Segnalerei qui, anche se non l'ho incluso nella playlist, il talentuoso Pietro Marcello che dopo l'ottimo "La bocca del lupo" ha girato "Il silenzio di Pelesjan", bellissimo documentario sul grande regista Armeno (troppo spesso dimenticato).



Nella playlist, purtroppo, non trovano spazio alcuni film usciti nel 2011 che, almeno qui, vorrei segnalare: il caustico kammerspiel "Carnage" di Roman Polanski; il contagioso "A dangerous method" dove Cronenberg teorizza la sua intera filmografia; il buon "13 Assassini" del poliedrico Takashi Miike, ma anche il disperante e ambiguo "Arirang" di Kim Ki Duk e il riuscito "Poetry" di Lee Chang Dong; Wim Wenders e il suo "Pina 3D" che dimostra come il 3D, se in mano a un vero Autore, possa essere un buono strumento; tra gli altri menzioni particolari a "Ladri di cadaveri" ennesimo gioiellino del grande John Landis. Infine, visto una settimana fa, il buon "Le idi di Marzo" che conferma le capacità di Clooney regista (e ha un cast in stato di grazia). E di fronte alle poche delusioni cocenti di quest'anno (vedi il pessimo "This must be the place" di Sorrentino, il mediocre "Cigno nero" di Aronofsky, l'imprenditoriale "Le avventure di Tin Tin" di Spielberg e, sebbene sarò bacchettato a vita, "Herafter" di Eastwood) lascio spazio agli otto grandi film che ho scelto per la playlist.

p.s. purtroppo non ho avuto modo di vedere "Una separazione" di cui ho letto molto bene, e l'ultimo documentario del mio amato Herzog, "The cave of forgotten dreams". Probabilmente sarebbero potuti finire in playlist...



* The Tree of Life
Perché è come vedere per la prima volta.
Perché a reinventare il cinema è il cinema stesso e non i suoi accessori.
Perché è imperfetto come solo le cose grandi lo sono: un meteorite si schianta contro la terra; il dolore di una perdita sul volto di una madre.
Alla violenza come evoluzione Malick preferisce l'amore: la scena dei dinosauri come risposta all'apologo sulle scimmie di memoria Kubrickiana. Con un caleidoscopio sinfonico di immagini di rara bellezza Malick inneggia alla vita, dall'origine del mondo fino alla fine dei tempi. E nel buio della sala ti scopri a piangere.

* Faust
Non è secondo a nessuno (si trova in questa posizione solo per obbligo di playlist). Ma non è nemmeno comparabile a nessuno. Faust è un film-mondo, di una grandezza sconvolgente, di un'apertura asfittica e, dunque, ossimorica. Di un lerciume avvolgente. E' un homunculus che respira. E' un mostro ipertrofico che cresce nella mente: più passa il tempo e più avvolge/sconvolge il ricordo. Potente come mai, Sokurov chiude la sua tetralogia. Ma il miracolo vero lo fa con il tempo: come pochi, pochissimi registi nella storia del cinema, reinventa il tempo, lo "scolpisce", lo blocca, lo manipola, lo seda, lo plasma come fosse materia. Istanti irradiati di luce, sguardi epifanici, e scimmie sulla luna. Il Male non è mai stato così spaventosamente banale.

* Melancholia
Perché ho visto tanti film dell'orrore in vita mia ma durante "Melancholia" ero terrorizzato. La fine arriva in un istante. L'angoscia è un'agonia che dura per tutta la vita. Von Trier rintraccia nella depressione lo stadio privilegiato per il sentore della fine. Un prologo di incredibili tableaux vivants e poi quella festa di matrimonio che è già, a tutti gli effetti, la fine del mondo. Melancholia si è già schiantato là, nello sguardo inquieto e perduto di Kirsten Dunst, mentre balla, mentre urina, mentre scopa in un giardino DeChirichiano. E alla fine? Il cinema. La grotta magica.



* Drive
Per il coraggio. Per l'amore devoto, incondizionato, fedele e coerente nei confronti del cinema. Perché in un mondo che ha scordato le differenze tra vero e verosimile, Refn ha la sfacciataggine di credere nel cinema. Il ralenti in ascensore, quando Gosling bacia la bellissima Carey Mullighan, con la luce delle grandi storie d'amore. E poi la violenza come deflagrazione improvvisa e roboante dell'immagine. E così, sedotto dalle forme, nelle ombre scopri un cuore, nelle automobili un'anima, nella violenza un corpo. Fatale, come lo sguardo del Driver.

* Miracolo a Le Havre
Perché, seppur siano film diversissimi, lo ho amato per le stesse ragioni di "Drive": la rivincita del cinema nei confronti della realtà. Cantore coraggioso e sublime, Kaurismaki va in totale controtendenza, inventa un finale poetico e impossibile dove, finalmente, qualcuno ritorna a credere nell'uomo. Kaurismaki non emula la realtà, ne inventa semplicemente una nuova, dominata da altre leggi e pulsioni, più liete e chapliniane, più eccentriche e colorate. Cinema allo stato puro.

* Il ragazzo con la bicicletta & Corpo celeste
Perché i fratelli Dardenne sono gli unici eredi di Robert Bresson: cinema essenziale, ascetico e straordinario. Con una messa in scena di una sobrietà commovente, trovano anche il loro lieto fine.
Dall'altra parte c'è "Corpo celeste" che, a mio avviso, è il migliore esordio Italiano degli ultimi anni. E' un film di sguardi e di silenzi. La Rohrwacher con un solo film dimostra di avere più talento, più sensibilità, più amore rispetto alla maggior parte dei nostri registi (o presunti tali). E con la sequenza dei gatti filma una scena di (in)visibile crudeltà cinematografica.

* Cavallo di Torino
Béla Tarr firma il suo film definitivo. Non il più bello, ma quello finale. Necessariamente finale. Nell'anno delle apocalissi, di Melancholia, di The Tree of Life e di Faust, il quarto sguardo sulla fine è firmato da uno dei più grandi Autori viventi: la fine del mondo è la reiterazione graduale, l'eternamente identico, il riciclo dell'uguale. Se Sokurov reinventa il tempo, Tarr avvolge il suo film con anelli di vento e crea un'esperienza straordinariamente ipnagogica: "Il cavallo di Torino" si staglia nella mente come un fantasma minaccioso e invalido, che vive non vite tra il sonno e la veglia. Oltre la ragione c'è l'abisso. Ma l'abisso non è la fine, solo la ripetizione continua e costante del quotidiano.

giovedì 19 maggio 2011

Prime impressioni di post-visione su " The Tree of life"


Prime fulminee impressioni di post-visione.
Piccole e improvvise epifanie.
Nel buio della sala non si era mai visto niente del genere. Terrence Malick con l'epocale "The Tree of life" porta il cinema in territori inesplorati, lo reinventa in un'autentica sinfonia di immagini: d'ora in poi il cinema non sarà più lo stesso. Andate a vedere "Tree of life", una preghiera sussurrata di immagini di incredibile bellezza, amatelo, sentitelo, godete delle sue lungaggini e delle sue imperfezioni perché imperfetto è l'essere umano e il suo cuore. Riscoprite la bellezza e l'innocenza della visione. Malick ci riporta all'età dell'innocenza, dall'origine del mondo alla fine dei tempi: è come vedere per la prima volta, è come tornare bambini. E la visione non ha limiti spaziali né frontiere temporali.
Cinema puro oltre il cinema. Mai come ora il mondo è divenuto immagine.
In attesa di altre visioni prima di approfondire l'argomento.