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venerdì 10 aprile 2015
L'ultimo volo di Miyazaki e Takahata
"Cielo e terra, accettatemi in voi" urla la Principessa Splendente mentre distende le braccia verso il cielo. Jiro Horikoshi dimentica il peso delle bombe, della guerra e delle malattie, per sognare a occhi aperti e tentar di vivere. Isao Takahata e Hayao Miyazaki concludono le loro carriere in volo, librandosi come uccelli in cerca di libertà, semplicità e bellezza immacolata: padri illuminati, novelli bambini ai piedi di un Giappone che non esiste più, arrivano da un altro tempo, da un altro mondo, e compongono sinfonie per ricostruirne i pezzi. Cantano magnifiche odi alla natura, giocano, soffrono, sguizzano nell'aria, nella consapevolezza che tutto ciò che si ama, tutto il tempo perduto, continuerà a esistere per riflesso o per magia. Una canzone sconfigge l'oblio della memoria e colora il mondo intero. Nella malinconia per un'avventura che non potrà più essere vissuta, entrambi fissano il cielo con occhi gonfi di lacrime, diventano bambini solo perché sono già stati adulti. Entrambi si staccano dal peso della terra, catturano l'aria, affondando nel tratto di un disegno che presenta i calchi del tempo, il peso delle lacrime, ma soprattutto la gioia inimitabile di vivere e di esser vivi. Volano. La Terra, la loro terra, si allontana. Rimane un bagliore di luce, un istante, un istante solo, "con la felicità di vivere e gioire su questa terra".
"Si alza il vento, bisogna tentare di vivere."
venerdì 19 settembre 2014
Si alza il vento, bisogna tentare di vivere
Il sogno mai domato di un volo libero nel cielo,
dell'amore struggente per aerei che sembrano miraggi,
di un orizzonte privo di guerre e nefandezze,
del giorno in cui si dimenticherà il peso stesso della terra,
per poter farsi leggeri come l'aria
evanescenti come i sogni.
"Si alza il vento" dice "Bisogna tentare di vivere".
lunedì 2 giugno 2014
Rivedendo "Principessa Mononoke"
Non capita spesso, ma adoro quando mi mancano le parole per parlare di un film, perfino di uno che ho visto e rivisto tante volte. Eppure, tra tutte le opere di Miyazaki, "Principessa Mononoke" è una di quelle che più mi lascia attonito e silente, con quella stessa espressione di meraviglia che pare di leggere sulla faccia di un bambino che vuole sognare ancora e non essere risvegliato. Quello stesso bambino che non si perde in parole e ragionamenti ma desidera solo viaggiare tra le immagini, libero di gioire, cadere e infine di rialzarsi.
Con Miyazaki la sensazione che le parole non servano, che bastino solo le immagini a "dire" il film, è quella che riemerge in continuazione (come capitò anche con "La città incantata" o con l'ultimo, meraviglioso, "The wind rises"). Basta dire che nel finale (visto finalmente su grande schermo) mi è quasi sembrato che quell'indimenticabile rinascita cromatica fosse addirittura in grado di scheggiare, erompere, fuoriuscire dallo schermo stesso. Sono visioni, queste, che rimangono.
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