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venerdì 16 gennaio 2015

Come ti rimonto un film
(pre)visioni del 2001 di Soderbergh




Si sta alzando un gran polverone circa la più recente delle operazioni di Steven Soderbergh: rimontare "2001 Odissea nello spazio". Oltre all'articolo di fare.film, fazioso fin dalle prime battute, in giro per la rete si legge di una presunta mancanza di rispetto di Soderbergh nei confronti del "maestro", della gratuità dell'operazione macchiata da un'ambizione sfrenata. Ancora una volta rimango sbigottito di fronte a reazioni di questo tipo che dimostrano di essere completamente, radicalmente, fuori dal mondo (e dal tempo). Un'opera, per quanto grande, non dovrebbe mai essere intoccabile: limitarsi a venerarla significa renderla una monade priva di qualsiasi interesse, vuol dire museificarla, imbalsamarla, bloccarla nel tempo.
Basta conoscere lo stato delle cose per rendersi conto che il cinema, oggi, è dappertutto. Fluisce liquido ed extracorporeo come ogni cosa, dimentico di massa e volumi. L'unicum come santino venerato obbliga il pensiero e la critica entro i circoli chiusi, dogmatici della più becera venerazione. Trovo estremamente interessante che i film diventino oggetti vivi, plasmabili, ridefinibili, secondo le logiche attualissime del mash-up.
Del resto era quello che, a suo modo, diceva un'opera lucida e intelligente come "Be Kind Rewind": siamo nell'epoca del rimontaggio dei film, degli Psycho rifatti, delle versioni e delle copie. L'ideale della critica cinematografica, dell'interpretazione dei film, sarebbe quello di abbandonare finalmente la carta per poter commentare, studiare, analizzare un film con le sue stesse immagini. Del resto modificare uno stacco di montaggio significa risemantizzarlo. Questo, a mio avviso, vuol dire studiare, comprendere, esplorare un film.
Cosa c'è di male dunque nel fatto che un regista come Steven Soderbergh, da sempre interessato alla produzione bulimica di immagini che "rubano" il nostro tempo, che vincono il reale, che non sono mai ciò che sembrano, monti la sua versione di 2001? Potrebbero un giorno esistere cento versioni di 2001 oltre all'originale, dove autori anche navigatissimi interpretano e ridefiniscono a loro modo il film di Kubrick. Sarebbero oggetti di studio di altissimo valore e probabilmente si tratterebbe dell'unica vera critica cinematografica possibile.

lunedì 2 giugno 2014

Knockout - Resa dei conti
ovvero niente è come sembra




Continuando la mia personale soderberghiana: questa volta è il turno di "Knockout - Resa dei conti" che, tutto sommato, mi pare una versione fredda e divertita di "The Girlfriend Experience", dove è la violenza di pugni, calci e arti marziali a sostituirsi all'atto sessuale. Se in quest'ultimo infatti Soderbergh aveva felicemente reclutato Sasha Grey per farle "interpretare" una escort, in "Knockout" la protagonista è Gina Carano, ex lottatrice di arti marziali, che pista - letteralmente - di botte i vari Fassbender, McGregor, Tatum. Pur essendo un film meno interessante degli altri, s'iscrive perfettamente nel medesimo gioco trasformista soderberghiano: un regista che mira continuamente ad annullarsi, dove ogni film ha un suo linguaggio autonomo, una sua specifica messa in scena. Se il cinema di Soderbergh ha una costanza, una sua cifra intrinseca, questa è ipodermica, perché in superficie si scaglia contro qualsiasi politica degli autori, lavorando di sottrazione, travestendosi di volta in volta con la maschera più cool (un cool questo che nasconde un dolore più grande e che, nelle sue prove più alte, arriva ad annientare la maschera stessa, in uno strepitoso gioco metacinematografico). Ancora una volta il "niente è come sembra" vale per Soderbergh per più di chiunque altro: lo stesso eccesso quantitativo, a livello di produzione di film negli ultimi anni, rende le sue opere una serie di cambianti sempre pronti a modificarsi e a riscriversi.
Inoltre le scene di combattimento in "Knockout" sono davvero strepitose per come ribaltano l'immaginario maschilista di tanto cinema d'azione (e il casting, di uomini tutti di un pezzo, di sex symbol americani messi a terra da una donna, è davvero irresistibile), in particolare la bellissima sequenza sulla spiaggia con Ewan McGregor, memore di tanto cinema che fu. E lo sberleffo finale, con Banderas, si colloca perfettamente all'interno della poetica soderberghiana del bluff.


venerdì 18 aprile 2014

The Girlfriend experience




Io continuo a dirlo: che regista strano, famelico, multiforme, travestito, è Steven Soderbergh. Quando ormai sospetti di aver inquadrato il suo cinema, costruito di false piste, macguffin e retrovie, ti trovi di fronte un film come "The Girlfriend Experience" e sei costretto, ancora una volta, a ritrattare, rivalutare, riformulare la poetica e il mondo di quest'autore.

Perché non appena pensi, dopo la visione di film come "Effetti collaterali", "Magic Mike" o "Contagion", che Soderbergh sia un prodigioso bluffatore, teorico al 100 % di un'immagine ingannevole e di superficie, fredda, cinica se non clinica, allora incontri un film come "The Girlfriend Experience" e tutto questo non regge più (per non parlare del dolcissimo "Behind The Candelabra" che coglie nei trattamenti di chirurgia estetica l'ossessione narcisistica della pelle e riscopre, poi, perfino un'anima).



Dicevamo, "The Girlfriend Experience".
A discapito delle apparenze è un'opera di cuore, pruriginosa e insieme discreta nei confronti della sua splendida Sasha Grey, corpo attoriale perfetto, ferito sotto una maschera che sta ancora vacillando ma è sempre in procinto di cadere. Se è vero che il mondo che la circonda è opaco, squallido e materalista, lei, escort gentile, è una luce poco sospetta, bramosa di libertà e indipendenza, memore di un sentimento inestirpabile; è in grado perfino di riscoprire l'amore come una novella Principessa che vuole liberarsi dalla sue catene (la matrigna!) e ricominciare a vivere. Ci troviamo di fronte a un regista che se non può permettersi di credere a un'umanità spietata, riesce ancora ad aver fiducia nel singolo e nei suoi sentimenti: proprio come all'interno di una fiaba che, privata dell'happy ending, può almeno continuare ad attenderlo (e a sperarlo).

"The Girlfriend Experience" percorre le traiettorie di un cinema che è ormai (con)fuso con la realtà, interessato a fagocitare tutto, perfino i tempi morti, soprattutto i tempi morti. Un cinema che fa del superfluo l'ultimo ricettacolo del sentimento: conversazioni vane che non portano a nulla nel continuo ripiegarsi di un film che, comunque vada, prosegue. Esatto, è proprio questa la sensazione, che un'opera come "The Girlfriend Experience" non conosca arresto, non possa interrompersi, ma semplicemente, inevitabilmente continui (al di là dello spettatore, al di là del regista stesso, al di là del film). Privo di inizi o di finali, supportato solo dal girotondo dei sentimenti di una donna che esiste ed è ancora prima di apparire (quattro anni dopo sarebbe arrivato "Spring Breakers" di Korine dove, dolorosamente, il divario che separava l'essere dall'apparire, sarebbe caduto per sempre: sarebbe arrivato il virtuale).



giovedì 20 marzo 2014

MacGuffin e teoria del bluff:
Note su un paio di film di Soderbergh





Prendete l'intuizione hitchcockiana per eccellenza, la falsa pista del MacGuffin ed espandetela per un film intero (verrebbe da dire per tutta una filmografia, ma il discorso è più complesso): ne verrà fuori "Effetti collaterali", teorico e strepitoso bluff di Steven Soderbergh, quel regista che fino all'ultimo ti fa credere di star vedendo proprio quell'immagine lì ma che in realtà sta dicendo tutt'altro. Gesti filmici reiterati, coltelli ritornanti, flashback patinati e anch'essi strutturalmente hitchcockiani: tutto si condensa in una struttura narrativa perfettamente tripartita, dove sembrano esistere tanti film differenti e dove, spesso, non sai assolutamente dove si andrà a finire. L'espressione algida e ambigua di Rooney Mara pare perfettamente iscritta nella geometria circolare di "Effetti collaterali", in una danza di farmaci che è, prima di tutto, parola di patina o immagine di superficie.
Perché, per paradosso, tutto viene ricondotto all'essere umano.




Costruire e decostruire, mentire forse, disinnescare meccanismi che il film stesso innesca, ripiegarsi, avallare, indagare, perdere le tracce perché (a sua volta) indagati: la detection si è annodata, persa in se stessa, all'interno dei suoi stessi rimandi filmici: la sorpresa non è che il tradimento (la totale, radicale disattesa di ogni aspettativa).

Post Scriptum necessario per la teoria del trucco: "The Informant", altro manifesto soderberghiano. Perché l'agente Whitacre - "furbo almeno il doppio di James Bond" - è IL personaggio del suo cinema. Moltiplicatore di menzogna, intesa come impossibilità fisiologica di dire la verità, nasconde dietro alla patina dell'uomo comune un mondo di sotterfugi e simulazioni, fino a perdere il concetto stesso di realtà - vacillato per sempre o, forse, mai esistito.



mercoledì 1 gennaio 2014

Chronik Einer Sehnsucht:
IL MIO 2013 CINEMATOGRAFICO
(alla meraviglia)




Più che una classifica questa vuole essere una libera ricognizione sulle visioni di quest'anno, con un'appendice che definirei più personale ed evocativa. Di seguito sono riportati tutti i film visti in sala (o ai festival di Roma e Venezia) nel 2013. Specifico subito che film come “The Master”o “Holy Motors” erano già nel mio 2012 e quindi non saranno in questa lista, mentre gli ultimi Malick e Korine, persi al festival di Venezia dell’anno scorso e rimediati quest’anno, sono stati ovviamente inseriti. Purtroppo mancano, tra gli altri, gli ultimi film di Lav Diaz, Bruno Dumont, Paolo Berger, Ulrich Seidl e Julio Bressane, che devo ancora recuperare.

Cronache dal Paradiso (dove non può esistere paragone alcuno, perché nel regno dell’oltre non ci sono numeri o stellette che tengano. L’ordine, di conseguenza, è puramente casuale).




DIE HANDERE HEIMAT: CHRONIK EINER SEHNSUCHT Edgar Reitz
HARD TO BE A GOD Aleksej German
TO THE WONDER Terrence Malick
STRAY DOGS Tsai Ming-liang
AT BERKELEY Friedrich Wiseman
FENG AI Wang Bing
THE ACT OF KILLING Joshua Oppheineimer
SPRING BREAKERS Harmony Korine
LA VITA DI ADELE Abdel Kechiche
O NOVO TESTAMENTO DE JESUS CRISTO SEGUENDO JOAO Joaquim Pinto e Nuno Leonel
FEAR OF FALLING Jonathan Demme



Gemme preziose
(Qui e nelle prossime due "sezioni" c’è un ordine, più istintivo che ragionato, dall’alto in basso).
WHY DON’T YOU PLAY IN HELL? Sion Sono
VENERE IN PELLICCIA Roman Polanski
BEHIND THE CANDELABRA Steven Soderbergh
BLUE JASMINE Woody Allen
ZERO DARK THIRTY Kathryn Bigelow
ONLY LOVERS LEFT ALIVE Jim Jarmusch
DJANGO UNCHAINED Quentin Tarantino
THE CANYONS Paul Schrader
HER Spike Jonze
LIKE FATHER, LIKE SON Hirokazu Kore-eda
APRES MAI Olivier Assayas
SU RE Giovanni Columbu
LO SCONOSCIUTO DEL LAGO Alan Gouriundieu
THE WIND RISES Hayao Miyazaki
LITTLE FEET Alexandre Rockwell
IL TOCCO DEL PECCATO Jia Zhang-Ke
NO Pablo Larrain
GRAVITY Alfonso Cuàron
SNOWPIERCER Bong Joon-ho
BLUE PLANET BROTHERS Miike Takashi
BELLAS MARIPOSAS Salvatore Mereu
LORDS OF SALEM Rob Zombie
I AM NOT HIM Tayfun Pirselimoglu
THE GRANDMASTER Wong Kar-wai
THE ZERO THEOREM Terry Gilliam EFFETTI COLLATERALI Steven Sodebergh
UNDER THE SKIN Di Jonathan Glazer
MOEBIUS Kim Ki-duk
ANA ARABIA Amos Gitai
IL MINISTRO – L’ESERCIZIO DELLO STATO Pierre Schoeller
NIGHT MOVES Kelly Reichardt
CHILD OF GOD James Franco
STAR TREK INTO THE DARKNESS J.J.Abrams
BLUE SKIE BONES Cui Jian
IL GRANDE E POTENTE OZ Sam Raimi
PACIFIC RIM Guillermo Del Toro
DANS LA MAISON François Ozon
COME UN TUONO Derek Cianfrance
RUSH Ron Howard
TIR Alberto Fasulo
I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY Ben Stiller
JOE David Gordon Green
LA MIGLIORE OFFERTA Giuseppe Tornatore
QUOD ERAT DEMONSTRANDUM Andrei Gruzsniczki
YOUNG DETECTIVE DEE: RISE OF THESEA DRAGON Tsui Hark
CAPO E CROCE – LE RAGIONI DEIPASTORI Antonio Pani e Paolo Carboni
I CORPI ESTRANEI Mirko Locatelli
FACCIAMOLA FINITA Seth Rogen, Evan Goldberg
DARK SKIES Scott Stewart



Sospesi nel limbo
LINCOLN Steven Spielberg
FLIGHT Robert Zemeckis
OBLIVION Joseph Kosinski
RE DELLA TERRA SELVAGGIA Benh Zeitlin
KICK-ASS 2 Jeff Wadlow
BLING RING Sofia Coppola
THE GREEN INFERNO Eli Roth
SEVENTH CODE Kiyoshi Kurosawa
LOCKE Steven Knight
SACRO GRA Francesco Rosi
GIOVANE E BELLA François Ozon
A VITA INVISIVEL Vitor Gonçalves
LAS BRUGAS DE ZAGARRAMUNDI Alex De La Iglesia
TAKE FIVE Guido Lombardi
THE UNKNOWN KNOWN Errol Morris
THE CONJURING James Wan
DALLAS BUYERS CLUB Jean-Marc Vallée
PARKLAND Peter Landesman
TALES FROM THE DARK Simon Yam, Fruit Chan, Chi Ngai Lee,Gordon Chan, Lawrence Lau, Teddy Robin
PHILOMENA Stephen Frears



E poi giù all’inferno
STOKER Park Chan-Wook
ENTRE NOS Paulo e Pedro Morelli
IL LATO POSITIVO Di David Russell
DON JON Joseph Gordon-Lewitt
THE MOLE SONG Di Miike Takashi
MISS VIOLENCE Di Alexandor Avranos
LA PRIMA NEVE Andrea Segre
WE ARE THE BEST! Lukas Moodysson
LES TERRASSES Merzak Allouache
CONFESSIONS Tetsuya Nakashima
GERONTOPHILIA Bruce LaBruce
UN GIORNO DEVI ANDARE Giorgio Diritti
LA GRANDE BELLEZZA Paolo Sorrentino
ONLY GOD FORGIVES Nicholas Refn
TRACKS Di John Curran
PALO ALTO Gia Coppola
WORLD WAR Z Marc Forster
CAZANDO LUCIERNAGAS Robert Flores Prieto
SORROW AND JOY Nils Malmros
CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO Ettore Scola
LA LUNA SU TORINO Davide Ferrario
ATTACCO AL POTERE Antoine Fuqua
RIGOR MORTIS Juno Mak
ANOTHER ME Isabel Coixet



Fuori concorso: giudizi sospesi causa umori instabili (in attesa di unaseconda visione, come a dire: la mancanza era solo nel mio occhio).
ZANJ REVOLUTION Tariq Teguia
LA JALOUSIE Philippe Garrel
TOM A’ LA FERME Xavier Dolan

Emozioni restaurate
TO BE OR NOT TO BE – VOGLIAMO VIVERE! Ernst Lubitsch
SORCERER – IL SALARIO DELLA PAURA William Friedkin





Appendice: la goccia di rugiada
Anno dell’assenza, della mancanza, dell’esistenza come ricerca continua, dove a contare sono soprattutto i tempi morti. Epopea della dolorosa, fragile e inquieta meraviglia di paradisi perduti ma mai dimenticati: l’albero della vita è uno spettro rievocato, il tempo è quello dell’erranza e del movimento. To The Wonder, film estatico per eccellenza, inteso come fuoriuscita dal proprio corpo, come essere fuori di sé: ogni uomo è abitato, posseduto, da più forze che combattono al suo interno. Tutto è in una goccia di rugiada, tutto è cinema. Non esistono più scarti possibili: l’occhio, famelico, onnivoro, verace, inghiotte ogni cosa che lo circonda, la vita di Adele che è una cento mille vite, perché è l’esistenza stessa che scorre davanti ai nostri occhi. E nel blu, colore caldo, i riflessi di quella spiaggia dove Truffaut immortalava la corsa del suo ragazzo selvaggio. Il mondo, qualsiasi mondo, finisce internato, si fa microcosmo, secondo una logica-frattale che pare muovere le immagini. E allora ecco il miracolo-Wiseman e la sua Berkeley, realtà implosa di un’intera società. O Oppheneimer e il fenomenale corto-circuito morale. O Wang Bing e il manicomio cinese – e, ancora, il documento che non è documento, il documentario che non esiste e non è mai esistito.



La sala è buia, lo schermo è nero, in principio era il Verbo, una voce legge il vangelo giovanneo e il cinema ritorna fenomeno cultuale.
Esperienze e viaggi immobili, come nei grandi romanzi, quelli delle passioni ardenti, delle delusioni e delle frustrazioni, delle coscienze infelici e delle aspettative tradite, di chi sogna il mondo ma è impossibilitato a conquistarlo. La grandezza di Edgar Reitz è quella di chi crede ancora nell’Uomo e nell’Avventura in un’epoca senza più uomini o avventure. E’ grande perché è fuori tempo massimo – come solo i più grandi. Penso ripenso al suo capolavoro immenso visto a Venezia, memore delle lacrime di un mondo che non esiste più. Ma lontano dagli inizi echeggia il fantasma della fine del cinema che si ripropone a ogni stagione, come si può vedere in quell’inquietante debordante videoclip imploso, altra cronaca di un dolore e di una fine che c’è già stata: Spring Breakers e ancora Spring Breakers e dopo solo The Canyons.



E, stanchi della tempesta d’immagini, verso il buco nero a cui sono destinate le icone sintetiche (l’elegia-requiem di Terry Gilliam), ci rifugiamo nella visione traumatica, immobile, lunghissima, estenuante e definitiva di Tsai Ming-liang. Non si può che rimanere il silenzio, con la voce spezzata e gli occhi consumati per il loro disperato, vitale tentativo di inseguire un indizio, un movimento, un supporto, una scintilla, anche nell’immobilità – soprattutto nell’immobilità. Rimane solo uno schermo, quello di Stray Dogs che andrebbe visto prima – e dopo – Goodbye Dragon Inn. Siamo già 3D, siamo già nello schermo, navigando tra vomito, feci e interiora, mentre un uomo suona jazz prima che il tempo lo renda possibile. Siamo già in Hard to Be a God, perché più di Dio, ci rendiamo conto che difficile è proprio essere uomini: reiterazione del Mito e del dolore. Penso subito a Su Re e alla Versione (intesa come declinazione del racconto) che ormai vince la Storia.

(digressione nella digressione: sono registi come Columbu, ma anche Mereu col suo splendido Bellas Mariposas e poi, fuori da quest'anno, Frammartino e Marcello, tanto per fare due nomi particolarmente noti, a fare gran cinema in Italia).

E ancora.

Ripenso ai primi piani dorati che infiammano lo schermo nell’ultima gemma di Jonathan Demme o alla danza della Venere in Pelliccia, il film che Polanski ha girato per una vita (perché qui c’è tutto il suo cinema). E a Woody Allen che sposa il dolore nell'espressione glaciale di Cate Blanchett, e alle lacrime di un intero Paese nel volto di Jessica Chastain (Zero Dark Thirty), e alle macchine da presa, armi in grado di uccidere, nell’ultimo straordinario Sion Sono.



Finisce (?) Soderbergh, autore geniale e inafferrabile di un cinema travestito e polisemico, perfino irritante per la sua glaciale, programmatica intelligenza. Finisce superando labirinti di Macguffin e false piste per consegnare alla memoria un dolcissimo affresco d’amore e possesso che sconfina nei territori della chirurgia estetica e dell’eterna giovinezza. Quasi un horror dove riecheggia continuamente il mito di Narciso.

Dietro l’angolo QuentinTarantino continua a riscrivere la storia con il Cinema mentre Jim Jarmusch associa la metafora del Vampirismo alla Cultura (e allo Spirito del Tempo), mentre fa un (quasi) kammerspiel invaso da un insieme vano di nozioni e citazioni che rivelano tutta loro inconsistenza, tutta la loro contingenza, tutta la loro instabilità.
“Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”.
Nel melò finisce Hayao Miyazaki e esplode Wong Kar Wai.
Ora è tempo dello spazio, privo di supporti, protagonista di una nuova assenza, quella della gravità.
Ora è tempo di Gravity (o di Bong, perché dopo Snowpiercer anche lui potrebbe essere pronto per lo Spazio: ancora una volta sogni a occhi aperti).


venerdì 13 dicembre 2013

Paradisi pacchiani e perduti
Behind the Candelabra di Steven Soderbergh




Con questo suo ennesimo ultimo film Steven Soderbergh si è veramente superato. "Behind the Candelabra" non è solo un film coltissimo e intelligentissimo, ma è, soprattutto, l'esposizione del corpo nudo e fragile di un intero sistema: è il dietro i candelabri, il retroscena dello star system e della patina glamour. E' il mondo sfavillante degli showman iconici che non invecchiano mai, disegnato all'interno di una traiettoria scintillante e coloratissima. Traiettoria, del resto, tutta pervasa di quel nulla mellifluo che si andava a formare a cavallo tra gli anni '70 e '80. Bene, tutta questa realtà viene risucchiata in una dimora che è prima di tutto un museo, un tempio religioso in cui celebrare il culto di se stessi: gioielli, statue, goduriosi bagni nell'oro, oasi kitch che sprofondano in paradisi pacchiani e perduti. Ma allora dove siamo? Non certo in un biopic di Liberace ma piuttosto in un racconto d'amore come contratto di possessione: si inscenano rapporti di potere che svelano un mondo di solitudine estrema. Pulsioni incontrollate si susseguono come lati oscuri del desiderio, eccessi di libidine abitati da una dolente, fragilissima umanità: c'è un senso di morte che pare invadere tutto il film, riflettendosi in ogni gioco di colore, in ogni luce sfavillante, in ogni canzone.
Come se sotto la pelliccia si situasse un mondo già finito. E' la forma stessa del film, la medesima finzione scenica, a fare corto-circuito, a dichiarare la sua essenza mortifera in ogni inquadratura.

E non si parla mai di morte senza l'ipotesi di un amore romantico e arditissimo, esclusivo e devoto: l'amore di quel ragazzo fedele e innamorato disposto a perdere letteralmente la propria faccia, a diventare un figlio, un sosia, un doppio di Liberace perché solo così Liberace sa e può amare: nella vana eppur necessaria duplicazione di se stesso. L'icona, per essere tale, deve vivere senza tempo e morire fuori dal tempo, non può permettersi di invecchiare né di sembrare altro da ciò che (non?) è: ecco dunque il ripetersi incessante di operazioni di chirurgia estetica, infiniti perfezionamenti di un volto sempre più immobile, che ha perso la sua fisiognomica elasticità in favore di una maschera fissa (non è l'ipotesi di eternità il nuovo paradiso del freak partorito chirurgia estetica?). Una nuova gioventù figlia del bisturi, pronta a glorificare la pelle artificiale.



Al punto tale che il vero aspetto di Liberace, quello di un anziano fragile, calvo eppur vero, risulti ai nostri occhi come osceno. E Michael Douglas e Matt Damon, da sempre icone di hollywoodiana mascolinità, abbandonano corpi, status e virilità.
E mentre suona il piano riecheggiano le parole di Liberace, che vola come un angelo verso un'altra stella: "Perché ti amo? Ti amo non solo per come sei, ma per come sono io quando sto con te. Ti amo non solo per quello che sei diventato, ma per quello che mi fai diventare. Ti amo perché tralasci l'eventualità della mia pochezza ed accogli le possibilità della bontà in me...Perché ti amo? Ti amo perchè distogli lo sguardo dalle mie contraddizioni e perché addolcisci la musica in me con il tuo accorato ascoltare. Ti amo perché mi aiuti a costruire la mia vita, non un tugurio ma un tempio. Ti amo perchè hai fatto così tanto per rendermi felice, facendolo senza parole senza un gesto senza un segno. L'hai fatto essendo semplicemente te stesso. Forse, dopo tutto amare significa questo. Ed è per questo che ti amo".

Piccolo post-scriptum: "Behind the Candelabra" mi sembra una sorta di epitaffio, di chiosa, di conclusione perfetta della carriera cinematografica di Steven Soderbergh. Il suo è sempre stato un cinema travestito, mutaforma e multiforme: un cinema di pelle, volti e superfici che non sono mai pelle, volti e superfici. Come chi indica con un dito quella cosa lì che non è mai (solo) quella cosa lì (Magic Miike, Effetti Collaterali, The Girlfriend Experience, Knockout e così via, titoli esemplari pronti a dimostrarlo). Un cinema che non è quello che sembra, pervaso com'è di macguffin, false piste e traiettorie inattese.