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martedì 30 settembre 2014
Traiettorie andersoniane
La visione di "The Master" mi ha sempre fatto sentire alla stregua di un reduce. L'idea era quella un po' buffa, un po' assurda, di essere sopravvissuto alle immagini di Anderson, al suo crocevia di forze psichiche e campi fisici, alle sue assuefazioni sincopate e frenetiche, a tutte le atrofizzazioni del desiderio che mi rendevano, sempre e comunque, ubriaco d'amore ormai lontano da Sidney, dalle magnolie o dalle Boogie Nights. "The Master" era soprattutto quell'incredibile storia d'amore dove le braccia generose e fragili di un Padre scaldavano l'algidità furente della massa in scena. I confini geografici erano quelli di una mente troppo affranta e vituperata per ricominciare di nuovo a respirare. Eppure l'opera pullulava di conflitti spaziali, dove deserti di agognata libertà collimavano con geometrie coercitive e spiagge libidinali (dove, ancora, si sognava di non essere più soli).
Compare ora in rete il trailer del nuovo tassello di quel cervello scheggiato, in frantumi, che è il cinema convulso, epilettico e mentale di Paul Thomas Anderson. E, viaggiando tra le incredibili immagini di uno dei maggiori cineasti americani viventi, mi chiedo: chissà che i tic esistenziali, la nevrosi dello sguardo, non possano cedere il passo a una nuova evoluzione, a un'inedita ma coerente traiettoria della forma-pensiero andersoniana.
martedì 29 gennaio 2013
ORFANI DI REALTA' #7
"The master"
La guerra è finita.
Si torna a casa, ma che fine ha fatto poi la casa?
Dov’è la bella, giovane ragazza di una volta?
Il reduce scivola errante fra miraggi, ricordi e falsi profeti. Spalle curve e andatura incerta, com’è strano il suo modo di camminare, e com’è inquieta e nervosa quella risata! I piedi guidano lo sguardo e a quanto pare dagli occhi di Joaquin Phoenix non traspare più alcun al di là ma, sempre e comunque, si scorge un lacunoso, sconnesso al di qua. E’ lo sguardo di chi è tutto protratto verso un abisso imploso.
Ferita interiore mai cicatrizzata, si palesa in superficie e la chiamano nevrosi. E’ l’anima paranoica ed ansiogena a nutrire e abitare i tic. E’ dunque una cellula ribelle sotto il segno dell'instabilità che non ha niente a cui ribellarsi se non alla sua stessa identità di cellula.
Perfino l’ambizione cieca è morta a favore di un vagabondaggio privo di meta, di un perdersi e di un consumarsi nei vapori metropolitani, nelle lande infinite della coscienza ritirata.
Quando Joaquin Phoenix, a cavallo di una moto nel deserto, si dissolve nella velocità, si prende atto di come Paul Thomas Anderson stia dolorosamente cambiando. Non tanto dal punto di vista del linguaggio cinematografico: vive ancora quell’estetica sontuosa e annichilente, quell’audio caotico e perturbante che disturba i silenzi di chi non può sentire, quei piani-sequenza che non sai mai dove ti porteranno (se non all’incubo della spirale di un vuoto sempre più vuoto sempre più vuoto).
No, cambiano gli sguardi, cambia la luce del suo cinema.
L’espressione fangosa, diabolica e vigorosa del Petroliere è ormai un mondo lontano. L’estasi del capitalismo e quella dell’evangelismo sono i credi di chi aveva ancora qualcosa da trovare. In “The Master” il petrolio è finito e la terza rivelazione è già stata rivelata. Non c’è più niente da trovare, ma cosa ancora più grave, non c’è più nulla da cercare. Ma non esistono nemmeno più le frustrazioni e i sogni dei petali della Magnolia o le migliaia di budini collezionati per accumulare miglia o, ancora, i centimetri di cazzo di Dirk Diggler come viatico per il mondo dei sogni e del sesso.
Niente di tutto questo permane, se non sottoforma di residuo corporale, di tic e di convulsione. L’ultima traccia del sentimento, la sua cicatrice esteriore, è lo spasmo, l’epilessia, la contrazione. Questa frenesia del corpo è lì pronta a testimoniare la non-conformità al mondo.
Ogni potenziamento (ogni correzione, verrebbe da dire) è sottoposto a una doloroso test psicologico, a un faccia a faccia con la propria mancanza. Ma questa mancanza è il bisogno di una guida, di un maestro che possa indirizzare, rigenerare e nutrire il desiderio. Eppure questi occhi aperti spalancati, che osservano senza poter sbattere le palpebre, non vedono altro che vagine di sabbia in cui sprofondare per sentirsi meno soli e più amati. Il desiderio è pura libido sessuale. Schiavi del corpo e vittime delle pulsioni sessuali, sono uomini soli devastati e in frantumi. E quindi si può solo ricercare nuove discipline, nuova fede, perfino un'infatuazione per il maestro del titolo e amare il proprio guaritore.
Sì perché “The Master” è prima di tutto la storia d’amore fra due menti complementari e in realtà affini: maestro (splendidamente intepretato da un sobrio e gigantesco Philip Seymour Hoffman che ben bilancia gli straordinari eccessi di Joaquin Phoenix) e discepolo. Ancora una volta due solitudini che cercano di volare ma che hanno i piedi ancorati a terra, sotto il peso di catene inviolabili. Perché perfino il Maestro non è mai padrone ma, in questo gioco di ruoli potenzialmente infinito, è schiavo a sua volta di quella vera mente, cinica e ammaliatrice, che tutto progetta: sua moglie (Amy Adams), vera potenza invisibile, forza che agisce nell’ombra e fa intuire quello che è il vero rapporto di potere.
In tutta questa rumorosissima confusione non si può fare altro che aspettare: la deriva non arriva mai, ma si può correre per chilometri senza poi muoversi di un passo. Proprio per questo la regia si trasforma in un meccanismo senza fine di scatole cinesi, o un cul de sac di vuote, effimere apparenze. E il montaggio rimane un rebus tutto da completare: ellissi e flashback ci trasportano all’interno di un linguaggio che è quello emotivamente instabile del mondo interno e della sensibilità del personaggio di Joaquin Phoenix. Allora seguiranno i test e la masturbazione, le deflagrazioni improvvise del corpo, i raptus di inaspettata violenza e le lacrime di chi è già morto troppe volte.
E poi correre in un campo senza recinti né frontiere e avvertire un respiro affannato e terrorizzato. Ultima ipotesi di una libertà che non potrà mai essere tale: piccoli schiavi in solitudine, avremo sempre paura.
venerdì 26 dicembre 2008
Il petroliere
Regia: Paul Thomas Anderson
Cast: Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier, Colleen Foy.
Anno di produzione: 2008
Paul Thomas Anderson, dopo magnolie, superdotati e ubriachi d'amore, filma un'epica e sontuosa epopea che rappresenta la Frontiera dei grandi film Americani: il suo pathos e la sua grandiosità sono effettivamente sinonimi di quel gran cinema Americano che non esiste più, quello degli scenari illimitati del mito western, estraneo alle tendenze contemporanee. Come se ci fosse ancora qualcosa da dimostrare Paul Thomas Anderson si conferma uno dei più grandi talenti visionari di oggigiorno (oltre a essere tecnicamente ineccepibile) e realizza il suo film più compatto e grandioso: la grande avventura alla ricerca del petrolio si trasforma nella storia di un'arrampicata sociale, nel ritratto di un uomo amorale e machiavellico, incarnazione vivente e pulsante del cuore del capitalismo: ennesimo "biggher than life". Ricoperto da una patina buonista ed amichevole per farsi accettare dalla comunità stravolgerà poi la vita di tutti con l'ipocrisia e la spregiudicatezza che gli sono proprie. Anderson realizza una sorta di suo "Quarto potere" descivendoci con estrema minuzia l'ambizione e il successo, per poi proiettarci l'immagine crudele del degrado, della decadenza umana e morale, col conseguente isolamento. Con una fotografia e una ricchezza cromatica e figurativa impressionanti, Anderson arriva a far prima esplodere tutto il suo cinema nelle potenti fuoriuscite di petrolio che divengono sangue e peccato del protagonista e poi a farlo implodere nella sala da bowling finale dove, per l'appunto, si consumerà del sangue. Alla figura crudele del petroliere viene contrapposta quella dell'evangelismo inquietante e debordante di un predicatore eccessivo e plateale, che dall'inizio demonizza il nuovo arrivato identificando nella prospettiva di progresso e beautitudine un'involuzione barbara e mostruosa. Qui si trova il vero fuoco ardente del film, nel contrasto tra queste due figure/simbolo di evangelismo e capitalismo, tra queste due anime della storia americana. Questo scontro non potrà che risolversi in uno spietato duello finale (preannunciato già dai vari incontri tra i personaggi, come nella strepitosa sequenza del battesimo di Daniel Day Lewis che finge di redimersi di fronte al predicatore e alla comunità). L'ultima scena è antologica e brutale, indimenticabile per carica emotiva e potenza espressiva: il demonio capitalista con impeto bestiale lancia palle da bowling contro il predicatore estasiato. E' uno scontro tra corpi ormai storpi e deformati, dove il capitalismo finirà per inghiottire tutto e diventare nuova fede: "Io sono la terza rivelazione" urla Lewis, in un impeto di onnipotenza. Del resto bastava già il primo piano del petroliere mentre osservava estasiato l'esplosione notturna di petrolio per vedere riflesso il volto del male.
Una nota finale, che è un ulteriore elogio ad Anderson: la sua encomiabile capacità di passare da film corali ( di gusto squisitamente Altmaniano) come " Magnolia" o " Boogie Nights" a un film lontanissimo per atmosfere e contenuti. E se pensate che il tassello centrale di una breve carriera così poliedrica è stato quella favolosa commedia surreale che è " Ubriaco d'amore" gli elogi sono ancora più giustificati.
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