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domenica 20 aprile 2014

Vuote superfici: American Hustle




Che "American Hustle" sia l'ennesima parabola sul sogno americano, dalla patina scintillante e seducente, dove costumi, scenografie, colori contribuiscono a rendere accattivante il gioco visivo, è fin troppo evidente. E' come sentire un retrogusto scorsesiano dove però manca completamente il cuore, l'interno del guscio, la sostanza oltre la superficie.

"American Hustle" è un'opera che nel suo essere così nevrotica e sopra le righe si rivela in fin dei conti unidirezionale, piana e monocorde: il suo problema più grande mi pare la gestione del ritmo, il susseguirsi di tempi sbagliati, la sua impossibilità fisiologica di inseguire anche quache tempo morto, di spezzare l'azione, di creare suspense o almeno un orizzonte di aspettative. Si rifugia, invece, in un umorismo facilone che sbarca nei territori di un grottesco fin troppo calcato e studiato a tavolino. Il fatto è che tutto questo poteva durare novanta minuti, ma prosegue invece per più di due ore. Davanti agli spettri di un altro cinema che si vorrebbe rievocare, l'operazione di David O. Russell si rivela sterile e perfino noiosa, troppo lunga, ma soprattutto troppo piena di sé.

Questo, a mio avviso, testimonia come Russell, ancora una volta, sia notevole a colorare la patina delle immagini, ma non riesca a gestirne il flusso, il ritmo, il tempo, condannando lo spettatore a essere testimone passivo di un giochino freddo e iperprogrammato. A questo punto preferivo i tempi di "The Fighter" dove, Russell era meno ambizioso, si trascinava in una storia che più derivativa non si poteva, ma riusciva almeno a fare buon cinema.

p.s. sarebbe ingiusto però non sottolineare almeno un aspetto notevole del suo lavoro: la gestione di una squadra d'attori in ottima forma (Jeremy Renner e Jennifer Lawrence su tutti) dove perfino Bob De Niro si ritaglia un ottimo cameo.



martedì 19 marzo 2013

Riflessioni a caldo su alcune direzioni del cinema meanstream Americano




Guai a chi esce fuori dal tracciato!
L'America è ancora la terra del riscatto, dove anche l'ultimo degli uomini può guarire e rifarsi una vita. Pareva morto, ma il sogno Americano è più vivo che mai, e si declina cinematograficamente in svariate forme. Vai a vedere un filmetto per giunta mediocre, tanto esaltato dagli Americani, come "Il lato positivo" e ti rendi conto di come l'America non sia mai uscita dal suo sonno narcolettico.
"Il lato positivo" è un prodotto prevedibile e consolatorio, dove i personaggi sono ridotti, ancora una volta, a figurine e funzioni (guardare per credere l'ossessivo-compulsivo padre di Robert De Niro che non è poi così distante, come verosimiglianza e credibilità, al padre paranoico di "Ti presento i miei" e seguiti). E Jennifer Lawrence, che mi dicevano fosse una nuova grande rivelazione, mi pare un'attricetta piuttosto trascurabile che ha soffiato un Oscar alla ben più corposa Jessica Chanstain.
Di conseguenza il successo de "Il lato positivo" si inscrive nel percorso di un'America sempre più conservatrice e retrograda, che premia il buon "Argo" sentendosi progressista ma che in realtà testimonia tutta la sua arretratezza. Non perché "Argo" sia un brutto film, al contrario, è ben diretto e costruito in maniera esemplare, ma perché presenta un'America per cui vale ancora la pena lottare e credere. Inoltre mostra sempre un ritorno al nucleo familiare inscindibile, alla sicurezza del sogno. Al contrario un film ben più coraggioso come lo straordinario "Zero Dark Thirty" (uno dei capolavori della stagione) viene snobbato perché l'America qui rappresentata è una terra di solitudini, misfatti e crudeltà. Qui non c'è più nessuna famiglia in cui tornare, ma solo le lacrime sul volto di Jessica Chanstain, testimoni di una solitudine e di un malessere molto più profondo.
"Zero Dark Thirty" è la controversa ed ineccepibile parabola sull'ossessione come fame onnivora e unidirezionale, capace di accecare e di inghiottire tutto il resto in un vortice di follia senza fine: l'America descritta nel film è asfissiante ed esclusiva, è quella delle stanze di tortura, degli elicotteri e delle automobili, della sale di riunione e progettazione, degli uffici e dei rifugi insospettati, distanti dal mondo e dagli occhi dei media. La caccia all'uomo si consuma lontana dagli occhi del comune cittadino, completamente (e genialmente) escluso dal film, come una sorta di protagonista assenteista. E quando lo scopo viene raggiunto non esiste nè pentimento nè rielaborazione, ma solo un terribile, avvolgente senso di vuoto. L'ossessione è stata consumata e ora?
La differenza, direi, mi pare questa: in "Zero Dark Thirty" il personaggio si "svuota" progressivamente fino a ritrovarsi a un disperante, consapevole grado zero, come in una sospensione reale e insieme cinematografica, in "Il lato positivo", "Argo" e affini i personaggi si riempiono, quasi abbuffandosi, arrivando alla bulimia di chi è "solo" finzione.