venerdì 29 settembre 2017

Venezia 74




In ordine sparso ecco i film che ho più amato di Venezia74.

First Reformed (Paul Schrader)
Les garçons sauvages (Bertrand Mandico)
The Private Life of a Modern Woman (James Toback)
Drift (Helena Wittmann)
Lean on Pete (Andrew Haigh)
Manhunt (John Woo)
Outrage Coda (Takeshi Kitano)
The Devil and Father Amorth (William Friedkin)
The Shape of Water (Guillermo del Toro)
Brawl in Cell Block 99 (S. Craig Zahler)
Ex Libris (Frederick Wiseman)
Jim & Andy: the Great Beyond (Chris Smith)
Mother! (Darren Aronofsky)
Ammore e malavita (Manetti Bros)
Piazza Vittorio (Abel Ferrara)

Femmina Folle




Nella Hollywood di cartapesta dei tempi che furono, quella dei fondali dipinti e dei sogni infranti, il cinema di John M. Stahl rimane quanto di più fiammeggiante, di più saturo si possa immaginare. Continua a turbarmi oggi come mai Gene Tierney, la donna che amava troppo, la Femmina Folle di "Leave Her to Heaven". Appare come un angelo in cui si insinua, fin dal primo piano iniziale, una carica di orrore senza precedenti. Ancora una volta Riilke, "il bello è solo l'inizio del tremendo". Ogni angelo è diavolo: la sequenza dell'annegamento del ragazzino handicappato rimane ancora oggi qualcosa di raggelante.

A Ciambra di Jonas Carpignano




Finalmente "A Ciambra" di Jonas Carpignano, film prodigioso per come conserva, immagine dopo immagine, frame dopo frame, un senso del cinema, della narrazione, del rispetto e perfino della tenerezza nei confronti personaggi. Abbiamo bisogno oggi più che mai di film come questo, fuori da ogni retorica e ogni buonismo, ma capaci di mostrare un mondo lasciando sempre una traccia, un residuo, un soffio di luce.
Carpignano ci ricorda, in fondo, che il cinema è una questione di sguardo e che lo sguardo altro non è che un affetto.

martedì 25 luglio 2017

Occhi tristi in Toni Erdmann




Gli occhi tristi della protagonista di Vi presento Toni Erdmann: quel momento in cui piange nel locale e si sente più sola che mai. Il piccolo miracolo di Maren Ade è saper allestire una commedia situazionista che solo attraverso la simulazione, la recita bizzarra, la performance sopra le righe, può tornare a intravedere un afflato di umanità. E nell'abbraccio di un istante è già condensato tutto quel tempo perduto che non potrà più tornare.

Kong: Skull Island




La cosa che riesce meglio a "Kong: Skull Island" è quella di non prendersi troppo sul serio. Più insiste sullo spettacolo posticcio di CGI, sui dialoghi troppo americani per essere veri, sulle dimensioni che - mai come in questo caso - contano, più l'operazione si rivela intelligente: come a dire, volevate un b-movie? Eccolo, nudo e crudo, spiattellato proprio come King Kong che si vede fin dall'inizio, senza farsi attendere, ma è già lì in tutta la sua enormità (con buona pace di qualsiasi squalo spielberghiano). E bisogna anche ammettere che immaginare l'isola di Kong come un vero e proprio vaso di Pandora restituisce i suoi frutti: le creature che escono dalle viscere della terra sembrano i dinosauri di Jurassic Park rimodellati in salsa horror, emanazioni davvero primordiali di mostri antichi quanto la terra. Certo, non c'è la storia d'amore più bella del cinema, non c'è un geniaccio come Peter Jackson che usa lo scimmione superstar per ricordare che anche il digitale ha un cuore...ma amen, c'è un blockbuster onestissimo lanciato verso il ludismo esasperato, perfino trash, di un mondo orfano di titani. C'è Samuel L.Jackson che fa Samuel L.Jackson. E, ovviamente, c'è John C. Reilly che, da solo, meriterebbe già l'acquisto del biglietto.

La bella e la bestia di Bill Condon




Io, che ho sempre avuto un debole per la vita degli oggetti inanimati, per la casa degli Usher filmata da Epstein o da Svankmajer, per i Toy Story e per i Poltergeist, non potevo non amare quel momento magnifico de "La bella e la bestia" di Bill Condon. Quando, caduto l'ultimo petalo di rosa, la vita abbandona gli oggetti tanto amati: gli occhi si dissolvono nella materia, lo sguardo svanisce nella superficie delle cose, l'ombra prende il sopravvento sulla luce. La fiamma viva si estingue, la favola arriva al crepuscolo, consapevole che, un istante dopo, il tempo non esisterà più. Poi cessa la parola, termina lo sguardo, sbiadisce il colore. "È la fine?" ci si chiede, avvolti in una tristezza senza fine, pur sapendo che il sole tornerà ancora a brillare. Eppure Lumière, Tockins, Mrs Bric, Chicco e tutti gli altri, aggrappati romanticamente a quell'ultimo afflato di vita, a quel sogno che mette fine a tutti i sogni, muoiono e rinascono come solo gli oggetti sanno fare.

L'altro volto della speranza




Ogni volta che arrivo ai titoli di coda di un film di Kaurismäki mi viene una gran voglia di correre ad abbracciarlo. Non fa eccezione questo suo piccolo grande "L'altro volto della speranza" che è un film leggero come solo una favola finlandese, tenero come l'opera di un vagabondo figlio di Charlot. Ed è commovente, perché nel 2017 fare un film su un rifugiato siriano che attende una nuova vita con questo garbo, con questa dolcezza, con questa fiducia sconfinata nell'umanità è prima di tutto un'esaltante lezione di morale. Il mondo cinematografico dove Kaurismaki ci proietta è quello dove prima si stende un uomo con un pugno e poi lo si assume a lavorare, gli si dà un tetto sotto cui dormire, lo si aiuta in tutti i modi in cui si può aiutare qualcuno: al cinema, almeno al cinema, si può - e si deve - credere ancora.