mercoledì 20 aprile 2016

Christine - La macchina infernale




Sono passati quasi trent'anni, l'immaginario feticistico dell'automobile ha assunto nuove forme e corpi, fino a gettarsi nei grovigli di incubi cyberpunk. Abbiamo avuto crash dell'immaginario filmico, esplosioni di eros meccanico, attrazioni irresistibili di nuove, tecnologiche carni. Eppure Christine - La macchina infernale di John Carpenter mi pare ancora il grado zero di questa folle, irresistibile libidine meccanica. Una grande storia d'amore e morte d'altri tempi che perverte l'amore e perverte la morte, un horror scintillante che porta in sé tutta la rabbia, il fulgore, l'immaginario kitsch di un decennio irripetibile. Christine è il mondo straordinario, l'ipotesi di un'altra vita, la possessione demoniaca che assedia lo studentello nerd sovvertendolo, ribaltandolo, trasformandolo in tutto ciò che non è. Ancora, Christine è un film sulla perdita della propria identità, sul desiderio che prende vita, s'insinua nella nostra carne, assedia il nostro cervello e, al culmine del piacere, ci uccide. Ogni sogno, del resto, richiede sempre un sacrificio finale, una morte esemplare. Quella di Christine è una possessione che nasce dall'ossessione, dalla cura metodica, dall'unico amore estremo e fatale, quello impossibile. E Christine, assieme all'autocisterna assassina di Duel, è il serial killer della strada più spietato che si possa immaginare.

lunedì 28 marzo 2016

Batman V Superman




Dall'identificazione del supereroe come pura mitologia contemporanea, dalla visione apocalittica di un mondo forgiato da un male inestirpabile, dallo scontro tra angeli e demoni, da tutto questo parte il cupissimo Batman V Superman. Snyder, stilizzato, altisonante, fracassone ma intelligentemente iconico, regala una prima ora e mezza di puro, affascinantissimo intrattenimento, per poi cadere miseramente in un terzo atto che sfigura, abbatte, distrugge ogni merito, ogni interesse, ogni empatia (a partire dal rovesciamento nemici-amici causato da un incredibile, imbarazzante caso di omonimia). Ed è allora che il film naufraga vertiginosamente e la noia prende ancora una volta il sopravvento. p.s. di fronte a Henry Cavill, Ben Affleck - in stato di grazia - è l'attore più espressivo del mondo.

quell'incredibile leggerezza del corpo




ciò che manca di più è quell'incredibile leggerezza del corpo, che non è solo il corpo attoriale ma lo stesso corpo filmico. Tutto sembra esente dal peso e dalla forza di gravità. Hai quasi l'impressione che Gene Kelly possa iniziare a volare da un momento all'altro e non ti sorprenderesti, perché è quello che chiedi, è quello che credi, è quello che speri. Si può, si deve rivedere Ballando sotto la pioggia, per tornare a credere nella forza e nella grazia infinita dello sguardo: il mondo intero si ferma in una canzone, avvolto in una pellicola di sapone che sconfigge il tempo. Sempre e comunque il cinema più bello del mondo.

Brooklyn




A ripensarci, Brookyln è un film di un candore fuori tempo massimo, di un'ingenuità-classicità da assaporare frame dopo frame per tornare a sentirsi a casa. Per chi ama abitare nei terreni più tradizionali del melò, Brooklyn è una vera goduria: tanto è trattenuta - e forse meno interessante - la prima parte, quanto si lascia andare la seconda, che esplode in una giostra di sentimenti, in un andirivieni tipico del più consono dei melodrammi. Il bello di "Brooklyn" è che l'unico referente del film, molto più che la Storia, è il cinema stesso: cavalcare gli archetipi, ripensare la vita a partire dalle coordinate del melò, costruire una galleria di figurine che al cinema, solo al cinema, possono continuare a porsi come capisaldi, bussole orientative, guardiani stessi della visione. Ma dietro la patina rassicurante, c'è un discorso non così ovvio sulla formazione dell'identità come ciò che eccede i contesti di appartenenza (le città e poi, ovviamente, il cinema stesso). E infine, sotto quest'apparente innocenza, si nasconde un mondo di bassezze morali ed egoismi (da cui non è esente neppure la protagonista). E poi, quando la macchina da presa di John Crowley incornicia un primo piano della magnifica Saoirse Ronan, il film inizia a vibrare al di là della sua cornice.

Weekend di Andrew Haigh




"Quello che c'è di più profondo nell'essere umano è la pelle."
(Paul Valéry, L'idea fissa)

Reduce dalla visione del bellissimo Weekend di Andrew Haigh che avevo già infinitamente amato per 45 anni. Questo film così dolce, così fragile, così delicato, scivola nell'intimità delle mura domestiche, assorbe i tentennamenti instabili del giorno e della notte, si lascia corteggiare dagli sguardi di un incontro improvviso, dalle parole importanti e, soprattutto, da quelle superflue. Haigh ha una visione epidermica, è attratto dai corpi e dalle loro torsioni, dal desiderio e dal bisogno di una carezza, di un abbraccio, di un sorriso, perfino di una lacrima. E' intimo, ravvicinato, senza essere mai invasivo. Hai l'impressione che la sua macchina da presa sappia amare e voler bene, sappia "toccare" i suoi corpi e restituirne tutto il calore: il codice morale di Haigh è quello di un'inesauribile, preziosissima tenerezza. Tenerezza che può conoscere infelicità e nefandezze, sospensioni e fischi, ma non si compiace, non si glorifica, rimane lì, ancorata alle sue passioni e alle sue attese. Ripensavo al così lontano, così vicino Philippe Garrel, a quando si dice che il suo è un cinema che inscena momenti della vita, attimi di passaggio che si accendono e si spengono nella mente. Qualcosa di non necessariamente ritornante, ma che era lì, per un giorno, una settimana o un anno, e allora sembrava tutto, pareva in grado di motivare ogni cosa.
E poi, all'improvviso, è svanito, proprio com'era arrivato.
Dissolto nella mente, come un fantasma sbiadito.
Un treno se ne va, eppure qui la storia è sempre destinata a ricominciare da capo, con l'ascolto delle confessioni di una mattina in cui, imbarazzati ma un po' eccitati, si aveva voglia di parlare, di raccontare e far l'amore, pronti ad accogliere l'altro nella nostra vita.

martedì 23 febbraio 2016

Fuocoammare di Rosi




Le solenni sottoesposizioni di "Fuocoammare", i suoi neri, le sue tribolazioni, il suo stesso digitale...le notti strazianti di una Lampedusa che si vorrebbe vedere da vicino, sempre più da vicino, alla ricerca di una piccola, lontana luce che squarci l'oscurità. Quella di Lampedusa non è una storia, ma un contenitore di storie (proprio come succedeva in Sacro Gra): "Fuocoammare" è un'opera liquida come l'acqua in cui, imperterrito, scivola il film stesso...rivedo le immersioni infinite che mi fanno pensare a un altro mondo, a un "portale" per ricominciare a vedere nel buio subacqueo (o, forse, per coprirsi gli occhi). Lo sguardo triste, dolente, quasi inaccessibile del migrante, esplode in tanti piccoli frammenti che sembrano più eterogenei che mai, eppure...eppure si incontrano, al di là delle immagini stesse. L'occhio dell'altro, gonfio di lacrime e dolore, si riflette nell'occhio pigro del piccolo Samuele...i corpi agonizzanti reagiscono (o agiscono assieme) a una stanza da letto con i santini di Padre Pio e della Madonna. "Fuocoammare" è un film sui dialoghi impossibili, sul cinema come atto stesso che scaturisce dall'esperienza, dal dolore ma, soprattutto, dall'amore. Dall'amore di Rosi per le storie che racconta, dal rispetto di un codice morale dello sguardo che pur mette a dura prova (ammetto, ad esempio, che mi sarebbe piaciuto non vedere tre precise inquadrature del film...facile immaginare di quali si tratti). Ma anche queste tre inquadrature, strutturalmente oscene, si inseriscono nella sincerità di chi, ancora una volta, sa cosa significa parlare all'occhio e al cuore di chi guarda.

giovedì 18 febbraio 2016

Addio Andrzej, ti ho amato come pochi




Se devo pensare a un regista che mi ha educato alle immagini, che ha plasmato la mia idea stessa di vedere - e di fare - cinema, il nome di Andrzej Żuławski ritorna sempre. L'ho scoperto come molti altri, guardando quel "Possession" che rappresentò per me, appena diciottenne, un autentico shock visivo ed emotivo. Non riuscivo a togliermi dalla testa quel terremoto di immagini, il corpo epilettico di Isabelle Adjani, gli sguardi oscuri di Sam Neill. Erano immagini continuamente ritornanti, dalla forza così dirompente, così vitale, da far traballare qualsiasi formato. Poi, poco più tardi, mi sono reso conto che Zulawski non era solo "Possession". Ho intrapreso un viaggio all'interno del suo cinema, con gli occhi pieni di un ironico, strutturale terrore, come se fossi sempre pronto a un ribaltamento radicale di ogni schema a cui era abituato. Zulawski mi ha insegnato a guardare, dal suo folgorante esordio "La terza parte della notte", passando per le oscurità libidinose del "Il diavolo", per melò furibondi come "L'importante è amare", per capolavori anarchici in grado di rileggere perversamente Dostoevskij come "Amour Braque" (dove la folle, vibrante, debordante poetica di Zulawski ritrovava nel musical la sua stessa essenza). Il suo era un cinema continuamente alla ricerca di un altro spazio, di un altro tempo, all'interno stesso delle inquadrature. E poi ci furono "La femme publique", "La sciamana", "Le mie notti sono più belle dei vostri giorni", "La nota blu" e il clamoroso, sottovalutatissimo "La fidelitè" (oltre all'opera mai vista, introvabile e bramata per tanto tempo, "Boris Godunov", quella stessa opera che mi auguro di vedere al più tardi possibile, per rimanere fermo nell'attesa che debba ancora vedere un altro Zulawski).
Infine arrivò il film che più di tutti rappresentò una vera e propria bomba emotiva, il work-in-progress come radice strutturale del suo stesso cinema: "Sul Globo d'Argento" che rimane, ancora oggi, tra le cose più belle, più strazianti che abbia mai visto. Alla visione di una storia che si ripete senza varianti, di una parabola cristologica gettata nel sangue di un altro mondo, sono tornato tante volte. Perfino vedendo il monumentale "Hard to Be a God" di German non potevo fare a meno di ripensare al mio amato, ossessivo globo d'argento, che era ormai divenuto il magma stesso da cui immaginavo nascessero tutte le storie zulawskiane.
Poi, pochi anni fa, ebbi l'incredibile possibilità di intervistarlo qui a Roma, assieme a una piccola squadra di Point Blank, in un albergo vicino al cinema Trevi. All'inizio ci guardava in maniera un po' ostile, lui che era famoso per essere pignolo e, spesso, intrattabile con la stampa. Poi una domanda legata alla luminosità di "Possession" lo entusiasmò tanto da "fidarsi" di noi. Ricordo solo che l'ultima frase che mi disse, dopo l'intervista, mentre io gli raccontavo che avevo appena iniziato a lavorare a un film, fu in italiano: "In bocca al lupo per vostra carriera di registi". E fu un regalo bellissimo.
Ci ripenso oggi che è scomparso, subito dopo aver girato un film come "Cosmos" che è stato l'unico in tutta la sua filmografia a lasciarmi non poche perplessità. Ma sapevo che stava già progettando un altro film e l'attesa, la stima infinita, l'attrazione per le sue immagini vive e carnali, non erano mai diminuite.
La scomparsa di Zulawski lascia oggi un'incredibile vuoto non solo nel mondo del cinema, ma nei miei stessi occhi, sempre ingordi e famelici di nuove, assurde immagini di quell'alieno polacco che mi ha fatto sognare.
Addio Andrzej, ti ho amato come pochi.