giovedì 19 luglio 2012

Viaggio alla fine del cinema: da “Hugo Cabret” ai fratelli Lumière




Vi segnalo il mio articolo su "Hugo Cabret" di Martin Scorsese, film/viaggio che ripensa il passato trasformandolo in futuro. L'articolo è pubblicato sul sito WhatYouLove. Di seguito il link.
Viaggio alla fine del cinema: da “Hugo Cabret” ai fratelli Lumière

mercoledì 1 febbraio 2012

Quando Faccia di Cuoio odora di paura: intorno a "Non aprite quella porta"



Anche a distanza di quasi quarant'anni il primo (e irraggiungibile) "Non aprite quella porta" rimane uno dei film più disturbanti, sporchi e malsani della storia del cinema, prototipo per eccellenza del nuovo cinema horror anni '70/80. La meravigliosa regia di Tobe Hooper è pura intuizione: la lezione - oggi dimenticata dalle deviazioni dello slasher verso il gore più gratuito - è non mostrare la violenza ma suggerirla per ottenere il più raggelante e delirante dei risultati. E Faccia di Cuoio, nella sua folle brama di uccidere, riesce anche a danzare con una motosega in uno dei finali più memorabili non solo del genere. E tutto questo ha un qualcosa di maledettamente romantico. Lo rivedevo proprio ieri sera e l'impressione deviata di trovarsi di fronte alla danza poetica di un reietto (o di una rockstar) mi ha assillato e turbato ancor di più di tutto il film. Che pure è allucinazione allo stato brado: iniziamo dal punto di vista sonoro - non dimentichiamo che Tobe Hooper ha fatto da spartiacque anche per quanto riguarda l'universo della colonna sonora. Nel suo muto addio alla melodia c'è il passaggio più grande dell'horror, una nobilitazione della paura come stato larvale della creazione. E la paura apre lo spazio a un universo sonoro deformato e assillante.
E tutto questo è terrificante. Dall'inizio stesso, dalla lucida e spietata consapevolezza che la realtà superi la fantasia nasce un primo postulato teorico (che poi avrebbe fatto scuola, vedi "The Blair Witch Project", o vedi i vari "Paranormal Activity"): ciò che è finzione rimane nella finzione, laddove la sospensione dell'incredulità avrà il tempo della durata della pellicola; ciò che è realtà ha un tempo di percezione (e spavento) altro, che si materializza come spettro notturno e, eventualmente, diurno. Hooper deve aver capito molto bene che millantare il suo incubo come storia vera avrebbe reso il suo film programmaticamente più inquietante e scandaloso, specie se voleva andare a colpire quella certa morale comune - quel puritanesimo post-Vietnam di cui il film è splendida metafora. Ma millantare e filmare hanno un origine comune, come la storia del cinema insegna.



E poi quei cadaveri, quei corpi, quei neri. Il nero tra un'immagine e l'altra. "Non aprite quella porta" è un film sulla paura, quella più primordiale e condivisa, quella atavica e infantile, la paura del buio. Mai come qui il cinema horror si è confrontato col buio: Hooper apre una spirale di oscurità (fotografica e morale) pronta a risucchiare tutto il film fino alla scena finale (che è, appunto, paradossalmente liberatoria). Sottotoni incredibili accompagnano scene meravigliose, tra cui degli inseguimenti nel buio, tra piante e cespugli. Correre per sopravvivere oltre ogni resistenza del corpo, come delle bestie che fuggono dai loro predatori.
Animalesco come pochi "Non aprite quella porta" è una delle declinazioni cinematografiche più riuscite sulla paura dell'uomo nero, sulle creature della notte che possono prendere vita anche di giorno.
E infine c'è un'idea, un'idea tipicamente cinematografica: restituire il senso più terrificante della violenza senza far vedere mai, di fatto, la violenza. Il montaggio come lente deformante di una realtà finta e inesistente. Di una realtà che non fa paura. E' la base del thriller sofisticato che vede - e torniamo sempre a lui - in Alfred Hitchcock il suo teorico più estremo. Ci risiamo: il coltello non tocca mai il corpo di Marion/Janet Leigh sotto la doccia in "Psycho". 22 Secondi e 35 inquadrature. La lama non affonda mai il corpo eppure è la scena più violenta e realistica che si possa "sentire". E' Cinema.



E il cinema è tatto forse quanto è visione. Anzi di più. Il tatto non mente, la vista si. Ciò che si può toccare è reale, ciò che si può vedere è solo possibile, non certo. E' come se ci fosse sempre un margine di errore, un potenziale trucco. Ma se il tatto viene stimolato può illudere la vista.
Basta sentire la violenza per vederla, anche quando questa non c'è. Qualsiasi spettatore avrà la sensazione di vedere in "Psycho" una raffica di coltellate, così come ricorderà tantissimo sangue (in effetti Hitchcock, introducendo di persona il film, premetteva che si sarebbe visto moltissimo sangue), quando di sangue non c'è traccia.
Tobe Hooper incanala la lezione teorica di Hitchcock e si prepara a un cinema tattile prima che visivo, dove il marciume si può sentire con le dita fin dalle prime, sconvolgenti sequenze. L'intuizione geniale è sempre invisibile ed è tutta di regia. E non escludiamo l'olfatto.
Ci sono delle volte in cui, vedendo dei film, giurerei di aver sentito un odore. Ma è cosa assai rara. Capita con chi lavora col corpo e con gli oggetti, può capitare con Svankmajer e con Cronenberg, con Tsukamoto e forse anche con il petrolio Andersoniano. Ma qui? Che odore nauseante!
Non mi leverò mai dalla testa l'odore della scena della cena. Ha un odore di morte incredibile: si ha l'impressione di poter odorare la decomposizione del corpo del nonno, la puzza orrida della carne putrefatta. E la paura. Che odore ha la paura? Quelle urla improvvise, una dopo l'altra. Quelle vocette stridule, quei suoni di terrori ancestrali che provengono da chissà quali luoghi.
E la visione.
L'occhio della protagonista durante la stessa scena. La pupilla come luogo di proiezione di tutte le paure e degli incubi umani. Occhi spalancati eppure chiusi come in sogno. Siamo già eyes wide shut.


Per chi fosse interessato ho trovato su youtube il film intero (a dire il vero con qualche censura). La qualità non è ottima.

martedì 31 gennaio 2012

Cut. Guy Maddin. Cut. "Sissy Boy Slap Party". Stop.

Vedendo rivedendo "Sissy Boy Slap Party" del geniale sperimentatore Canadese Guy Maddin. Scrivo parole prima durante dopo la visione.



Harem maschile. Stop.
Danza di schiaffi. Stop.
Gioco. Stop.
Disperato. Stop.
Gioco disperato. Stop.
Segue il pianto. Stop.
Gioco infantile. Stop.
Gioco crudele. Stop.
Gioco infantile crudele. Stop.
Suonano le mani suonano. Stop.
Picchiano le mani picchiano. Stop.
Suonano le mani picchiano suonano le mani. Stop.
Piangono. Stop.
Ridono. Stop.
Piangono ridono. Stop.
E le donne guardano. Stop.
Schiaffi solo schiaffi ancora schiaffi. Stop.
Mani che tracciano mani. Stop.
Mani che sono altre altre mani. Stop.
Schiaffo. Stop.
Montaggio. Stop.
Schiaffo Montaggio. Stop.
Cut, taglio di montaggio. Stop.
Cut, schiaffo di montaggio. Stop.
Cut, taglia lo spettatore. Stop.
Cut, schiaffo allo spettatore. Stop.
Spettatore schiaffato. Stop.
e ora montaggio. Stop.
e ora violenza. Stop.
Montaggio di violenza. Stop.
Violenza di montaggio. Stop.
Cut percettivo. Stop.
Violenza percettiva. Stop.
Piano. Stop.
Forte. Stop.
Piano forte. Stop.
Di nuovo Harem maschile. Stop.


Cut.

sabato 21 gennaio 2012

Ipnofilm presenta "Prima del buio - Promo"

La struttura di un blog come "Schermo bianco" permette, e ha permesso in passato, sia di scrivere, sentire e amare opere altrui, che di poter inserirsi all'interno di un panorama gigantesco con i propri lavori.
Da mesi sono impegnato nella lavorazione di una trilogia "ideale" del contagio, cominciata con l'omonimo "Contagio", proseguita con "Sogno blu". Adesso sono al lavoro sul terzo episodio, "Prima del buio" che, a breve, finalmente verrà alla luce.
Nel frattempo inserisco qui un piccolo promo di questo mediometraggio.



Si tratta di una produzione Ipnofilm, una casa ideale di immagini e ossessioni, che crede in un cinema ipnagogico e sensoriale. Crede in un epicentro di immagini e suoni.
Tutti i cortometraggi dell'Ipnofilm sono infatti figli della casualità della registrazione. Immagini casuali riprese in giro per l'Italia, senza nessuna imposizione di sceneggiatura. Nessuna storia a priori, convinto che i significati e le narrazioni possano nascere dalle immagini e non prima di esse.
Supremazia all'immagine e al suono quindi.
La Ipnofilm crede che questo tipo di sperimentazione possa portare a una maggiore percezione di realtà. Una realtà spoglia e indifesa, senza attori e senza copioni, nuda nella sua casualità e nella sua espressività. Per incrementare maggiormente la percezione di realtà la Ipnofilm respinge qualsiasi ipotesi di alta definizione dell'immagine - l'HD è intrinsecamente freddo, perfetto e costruito.
L'Ipnofilm elogia invece l'imperfezione e la bassa definizione che, unita alla macchina a mano, diventa un occhio sul mondo, sulle persone, sulla natura e sugli animali.


giovedì 29 dicembre 2011

2011 - Sotto il segno della fine



A pochi giorni dalla fine dell'anno eccomi a fare un bilancio delle visioni di questo 2011 cinematografico. Per chi scrive si tratta di un'annata folgorante. Ho avuto l'impressione che alcuni film si inseguissero, si guardassero, si rispondessero perfino. Il tema apocalittico della Fine non è mai stato così forte. Mi è sembrato che "The Tree of life", "Melancholia" e "Faust" comunicassero tra loro. Son film diversissimi, per carità, eppure sono così vicini. Poi ho visto "Il cavallo di Torino". Era come se un percorso casuale e indeterminato stesse prendendo una forma. Non è questa la sede per analizzare i quattro film, i rimandi, le assonanze, le totali divergenze (di pensiero, di forma, di visioni) ma è sorprendente che siano usciti nello stesso anno, che si siano scontrati/incrociati. Che abbiano cinematograficamente dialogato. Sarei curioso di vedere anche l'ultimo film di Abel Ferrara a riguardo, che con la fine del mondo c'entra non poco.
Non si può non essere grati, dunque, a un'annata che ha offerto film così importanti. Il valore fondativo di "The Tree of Life" è inestimabile. Aver sentito il sudiciume del "Faust" in sala è qualcosa di irraccontabile. In direzioni diverse si muovono Refn e Kaurismaki, cantori lontani ma vicini di un cinema che rivendica il suo statuto illusorio.
E gli Italiani? Ormai disgustato da un produzione meanstream nazionale imbarazzante, ho incluso nella classifica il bellissimo esordio "Corpo celeste". Davanti a una produzione nazionale tanto modesta, "Corpo celeste" è un urlo di speranza necessario. Comunque sia penso che il panorama più interessante per il cinema italiano odierno sia il documentario. Segnalerei qui, anche se non l'ho incluso nella playlist, il talentuoso Pietro Marcello che dopo l'ottimo "La bocca del lupo" ha girato "Il silenzio di Pelesjan", bellissimo documentario sul grande regista Armeno (troppo spesso dimenticato).



Nella playlist, purtroppo, non trovano spazio alcuni film usciti nel 2011 che, almeno qui, vorrei segnalare: il caustico kammerspiel "Carnage" di Roman Polanski; il contagioso "A dangerous method" dove Cronenberg teorizza la sua intera filmografia; il buon "13 Assassini" del poliedrico Takashi Miike, ma anche il disperante e ambiguo "Arirang" di Kim Ki Duk e il riuscito "Poetry" di Lee Chang Dong; Wim Wenders e il suo "Pina 3D" che dimostra come il 3D, se in mano a un vero Autore, possa essere un buono strumento; tra gli altri menzioni particolari a "Ladri di cadaveri" ennesimo gioiellino del grande John Landis. Infine, visto una settimana fa, il buon "Le idi di Marzo" che conferma le capacità di Clooney regista (e ha un cast in stato di grazia). E di fronte alle poche delusioni cocenti di quest'anno (vedi il pessimo "This must be the place" di Sorrentino, il mediocre "Cigno nero" di Aronofsky, l'imprenditoriale "Le avventure di Tin Tin" di Spielberg e, sebbene sarò bacchettato a vita, "Herafter" di Eastwood) lascio spazio agli otto grandi film che ho scelto per la playlist.

p.s. purtroppo non ho avuto modo di vedere "Una separazione" di cui ho letto molto bene, e l'ultimo documentario del mio amato Herzog, "The cave of forgotten dreams". Probabilmente sarebbero potuti finire in playlist...



* The Tree of Life
Perché è come vedere per la prima volta.
Perché a reinventare il cinema è il cinema stesso e non i suoi accessori.
Perché è imperfetto come solo le cose grandi lo sono: un meteorite si schianta contro la terra; il dolore di una perdita sul volto di una madre.
Alla violenza come evoluzione Malick preferisce l'amore: la scena dei dinosauri come risposta all'apologo sulle scimmie di memoria Kubrickiana. Con un caleidoscopio sinfonico di immagini di rara bellezza Malick inneggia alla vita, dall'origine del mondo fino alla fine dei tempi. E nel buio della sala ti scopri a piangere.

* Faust
Non è secondo a nessuno (si trova in questa posizione solo per obbligo di playlist). Ma non è nemmeno comparabile a nessuno. Faust è un film-mondo, di una grandezza sconvolgente, di un'apertura asfittica e, dunque, ossimorica. Di un lerciume avvolgente. E' un homunculus che respira. E' un mostro ipertrofico che cresce nella mente: più passa il tempo e più avvolge/sconvolge il ricordo. Potente come mai, Sokurov chiude la sua tetralogia. Ma il miracolo vero lo fa con il tempo: come pochi, pochissimi registi nella storia del cinema, reinventa il tempo, lo "scolpisce", lo blocca, lo manipola, lo seda, lo plasma come fosse materia. Istanti irradiati di luce, sguardi epifanici, e scimmie sulla luna. Il Male non è mai stato così spaventosamente banale.

* Melancholia
Perché ho visto tanti film dell'orrore in vita mia ma durante "Melancholia" ero terrorizzato. La fine arriva in un istante. L'angoscia è un'agonia che dura per tutta la vita. Von Trier rintraccia nella depressione lo stadio privilegiato per il sentore della fine. Un prologo di incredibili tableaux vivants e poi quella festa di matrimonio che è già, a tutti gli effetti, la fine del mondo. Melancholia si è già schiantato là, nello sguardo inquieto e perduto di Kirsten Dunst, mentre balla, mentre urina, mentre scopa in un giardino DeChirichiano. E alla fine? Il cinema. La grotta magica.



* Drive
Per il coraggio. Per l'amore devoto, incondizionato, fedele e coerente nei confronti del cinema. Perché in un mondo che ha scordato le differenze tra vero e verosimile, Refn ha la sfacciataggine di credere nel cinema. Il ralenti in ascensore, quando Gosling bacia la bellissima Carey Mullighan, con la luce delle grandi storie d'amore. E poi la violenza come deflagrazione improvvisa e roboante dell'immagine. E così, sedotto dalle forme, nelle ombre scopri un cuore, nelle automobili un'anima, nella violenza un corpo. Fatale, come lo sguardo del Driver.

* Miracolo a Le Havre
Perché, seppur siano film diversissimi, lo ho amato per le stesse ragioni di "Drive": la rivincita del cinema nei confronti della realtà. Cantore coraggioso e sublime, Kaurismaki va in totale controtendenza, inventa un finale poetico e impossibile dove, finalmente, qualcuno ritorna a credere nell'uomo. Kaurismaki non emula la realtà, ne inventa semplicemente una nuova, dominata da altre leggi e pulsioni, più liete e chapliniane, più eccentriche e colorate. Cinema allo stato puro.

* Il ragazzo con la bicicletta & Corpo celeste
Perché i fratelli Dardenne sono gli unici eredi di Robert Bresson: cinema essenziale, ascetico e straordinario. Con una messa in scena di una sobrietà commovente, trovano anche il loro lieto fine.
Dall'altra parte c'è "Corpo celeste" che, a mio avviso, è il migliore esordio Italiano degli ultimi anni. E' un film di sguardi e di silenzi. La Rohrwacher con un solo film dimostra di avere più talento, più sensibilità, più amore rispetto alla maggior parte dei nostri registi (o presunti tali). E con la sequenza dei gatti filma una scena di (in)visibile crudeltà cinematografica.

* Cavallo di Torino
Béla Tarr firma il suo film definitivo. Non il più bello, ma quello finale. Necessariamente finale. Nell'anno delle apocalissi, di Melancholia, di The Tree of Life e di Faust, il quarto sguardo sulla fine è firmato da uno dei più grandi Autori viventi: la fine del mondo è la reiterazione graduale, l'eternamente identico, il riciclo dell'uguale. Se Sokurov reinventa il tempo, Tarr avvolge il suo film con anelli di vento e crea un'esperienza straordinariamente ipnagogica: "Il cavallo di Torino" si staglia nella mente come un fantasma minaccioso e invalido, che vive non vite tra il sonno e la veglia. Oltre la ragione c'è l'abisso. Ma l'abisso non è la fine, solo la ripetizione continua e costante del quotidiano.

giovedì 15 settembre 2011

Primi pensieri in libero disordine: "Faust" di Sokurov

Reduce dalla visione ipnotica e straordinaria del "Faust" di Sokurov, leone d'oro all'ultimo festival di Venezia. Immaginate un mostro deforme, degradante e degradato. Un unicum dalla potenza rara, che ha il potere di squarciare, una volta di più, il dispotivo-cinema. La sua arma? Un talento enorme chiamato Alexander Sokurov.
Il cinema si squarcia a suon di viscere e carne. L'homunculus esce fuori.
Ma per scrivere di carne bisogna prima metabolizzare l'immagine. Respirarla, riesplorarla, perdersi per poi tornare. O forse no.
Lontani dalle scatole industriali il cinema è smarrimento e perdizione.
E noi spettatori protagonisti, tra luci e colori, di quel peccato originario che è l'unica, vera visione.

sabato 11 giugno 2011

Celle frigorifere - "The Mission" di Johnnie To




C'è una profonda malinconia nelle sparatorie di "The Mission". Destini segnati, raffiche di piombo inevitabili e fatali, statue che si sparano. Sì, statue. La bellezza del cinema di Johnnie To, si è detto mille volte ma non ci si stanca mai di ripeterlo, risiede tutta nei blocchi di tempo, nell'aria sospesa, nella cristallizzazione dell'azione. E' l'estetica dell'attesa e della glaciazione. Come Kitano. O forse no. Oltre Kitano
. Hardboiled e noir vengono riesplorati dilatando il genere. A Johnnie To non interessa la sparatoria in sé, ma, sovente, gli sguardi, le attese, i silenzi. Le sparatorie vengono come congelate in una cella frigorifera dove si sta consumando un'autentica coreografia della staticità. Posizioni statuarie, sguardi freddi e decisi, pistole che sono già protesi del corpo. E ancora silenzi. Poi, all'improvviso, uno sparo e la frenesia del genere scioglie il ghiaccio. Johnnie To è capace di reiterare questo meccanismo e di cogliere l'umanità, la malinconia, la vita solo all'interno dello sguardo che precede uno sparo. Questo rende grande la sua cella frigorifera chiamata cinema. E "The mission" ne è l'esempio più straziante. Le dinamiche del genere esistono tutte, dall'amicizia tra le guardie del corpo che devono proteggere il boss Lung fino alla donna del capo che spezza gli equilibri. Ma c'è qualcosa di più. Ci sono dei volti che comunicano sensazioni. Sensazioni non viste, cose non dette. C'è un altro film dietro a "The mission" visibile dalla prima visione ma insieme invisibile.
Ancora, c'è qualcosa di più. Universi visivo-sonori esplosi: il film è tutto nei singoli momenti, tra la comunione del cibo, i "morti" che mangiano e i cecchini invisibili. E infine c'è quella sequenza che trascende completamente il film. E' un momento in una sala di attesa in cui le varie guardie del corpo stanno aspettando il boss. A terra c'è una pallina di carta. Uno di loro guarda i suoi compagni poi la tira all'altro col piede. Pochi secondi dopo un altro tiro. E un altro. E un altro ancora. Un minuto per tornare bambini e non farsi vedere dai "grandi".
Non succede nulla. Semplicemente giocano.
Poi torna il boss e ricominciano con le loro vite.
Istanti, esistenze che volano via come proiettili di pistola, imprevedibili, fatali, indifferenti al mondo che le circonda. Quando il cinema d'azione è puro Cinema.