giovedì 18 febbraio 2016

L'ombre des femmes di Philippe Garrel




Dei pochi titoli recuperati al festival di Rotterdam, quello che ho amato di più è il sorprendente "L'ombre des femmes" di Philippe Garrel.Ascetico, essenziale, fluido e raccolto, intriso di vita e menzogna, come se una non potesse fare a meno dell'altra. Garrel ormai gira piccoli (grandi) film che durano poco più di un'ora ma potrebbero durarne anche venti: non cambierebbe assolutamente nulla. Il suo cinema freme, tentenna, soffre, esattamente come un organismo vivente. La sua macchina da presa scrive attraverso le emozioni da cui è sorprendentemente posseduta.
Non c'è mai un ritardo del cinema sulla vita, ma una simultaneità tale da emanare una spontaneità, una freschezza, una sincerità che commuovono. Garrel è (ed è sempre stato) libero, già nel mondo, tra cose e persone...un uomo, una donna, nient'altro che una sfumatura, un gemito...poi un'altra donna che si dissolve - o meglio ancora, scompare dal film - come fosse l'istante chiave di un tracciato impossibile.
Momenti di un cinema che pare sempre più "fatto in casa", nei ritagli di tempo, pronto a catturare e amare tutto ciò che passa sotto il suo occhio. Tasselli, piccole parti di percorsi esistenziali che non sai mai dove finiranno: un film sempre al presente, completamente disinteressato a passato e futuro (che sono ombre, fantasmi, inutili fantasticherie), capace di rifiutare qualsiasi intellettualismo per gettarsi pienamente nel suo fiero, gentile bianco e nero (come l'ultimo battito cardiaco di una nouvelle vague più viva che mai).
E alla fine ti trovi perso tra le piccole cose della vita, pronto a ricordare le infinite strade parallele che non hai mai percorso. Tutto semplicemente accade, se ne va e ritorna, come un sussulto che si erge a voce gioiosa, sublime attimo d'incanto, in uno dei più bei finali del suo cinema.
Un sorriso che è un istante, eppur rimane incorniciato nel tempo.

giovedì 31 dicembre 2015

Bella e perduta




Questa cosa qui è la cosa più bella che abbia visto al cinema da diverso tempo a questa parte. Mi scopro commosso a osservare le soggettive di un bufalo, i viaggi di Pulcinella, gli sguardi post-mortem dell'Angelo del Carditello. E negli occhi dell'animale intercetto un sussulto, una luccicanza, un'improvvisa poesia che sembra bruciare la pellicola. In un modo o nell'altro, si potrebbe dire, Au hasard Sarchiapone: questo è il cinema che più amo, questo è il cinema che vorrei inseguire perfino sulla luna. Nei campi-controcampi tra animali eccola lì quell'improvvisa compassione, quel sopportare insieme i dolori del mondo. Uniti. Vicini. Grande, grandissimo Pietro Marcello.

Rabo de Peixe




l'incredibile capacità di essere tra la gente, di fare di un villaggio il mondo, di rendere il proprio cinema sempre disposto a rimontarsi, reinventarsi, rinascere, in un processo aperto, che può non finire mai...il film delle vacanze incontra la malinconia di uno sguardo consapevole di non poter fermare il tempo. Che registi, che personalità straordinarie Joaquim Pinto e Nuno Leonel...dopo il loro grandioso Vangelo, ecco Rabo de Peixe, uno dei pochi film che sono riuscito a vedere al TFF.

The Visit




Sui confini tra commedia e horror, sull'inquietudine che sposa il ridicolo, sulle deviazioni scatologiche come anticamera inquieta di una senilità che spaventa proprio perché vicina, sulla follia come meccanismo basico della paura. Che bello questo piccolo grande ritorno horror di Shyamalan che con "The Visit" firma un'opera dai contorni indefiniti, molto più libera di quanto potrebbe sembrare. Il film è in definitiva il geniale passo indietro di un autore, il modo stesso in cui il suo intero cinema regredisce verso il punto alfa, la radice stessa dell'immaginario horror.

The Heart of the sea - Le origini di Moby Dick



Incantato dalla meraviglia di un cinema che non esiste più, "The Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick" è un grande romanzo filmico d'avventura, miracolosamente fuori tempo massimo, che crede ciecamente nel fascino dell'ignoto, nella parabola dell'eroe, nella sfida titanica contro forze più grandi di noi. L'ultimo Ron Howard si apre a squarci pittorici di una potenza rara, fino a far ardere lo schermo nella mastodontica sequenza del fuoco. Cinema americano classico per eccellenza che risplende nel suo porsi come pura, grandiosa estasi narrativa.

Irrational man




Mi dispiace, ma anche questa volta non ci sono riuscito. "Irrational Man" mi è parsa l'ennesima, lampante testimonianza di come il cinema di Woody Allen sia ormai ingabbiato in un marchio, in un format, nell'ombra stessa dell'autore che fu. I suoi film, ormai da anni, procedono da soli con un'andatura programmatica e annoiata. Ogni azione è palese manifestazione di un'idea che sorveglia e guida tutti dall'alto: non c'è un guizzo, uno svincolo, una via di fuga. Quello che Allen continua a consegnarci è un teatrino di piccoli uomini che agiscono senza mai trovare un istante di libertà, dove non c'è spazio nemmeno un secondo per un sentimento, per un'emozione, per una verità dei personaggi: ognuno è così maledettamente convinto di ciò che fa da non perdere mai realmente la bussola. Tutto è incastonato nella mente razionale e matematica di un autore che gira bulimicamente senza credere più nei film che realizza. Sarà sicuramente un problema mio, ma io Allen, l'Allen degli ultimi venti anni, con l'eccezione di quel colpo di fulmine che fu "Blue Jasmine", continuo a non capirlo e - cosa più grave - a non sentirlo.

Il Ponte delle Spie




Ci sarebbero tante, tantissime cose da dire su "Il ponte delle spie" di Steven Spielberg e spero di poterlo fare presto. Intanto mi lascio gentilmente cullare dai postumi di una delle visioni più intense, più eleganti, più incondizionatamente umaniste dell'anno. Non avevo alcun dubbio: Steven Spielberg continua a credere nell'uomo, nel singolo in grado di fare la differenza. Tom Hanks è - ancora una volta - il suo James Stewart, il cantore morale di un mondo affondato che può riportare a galla unicamente con la sua fede cieca nei confronti dell'altro. Nell'eleganza formale di ogni piano, nella luce bianca, abbagliante, che supera le cornici dell'immagini e invade sempre il campo, riscopro l'alfabeto sentimentale - e mai sentimentalista - del cinema che più amo. Che è un cinema di sguardi, di grandi imprese, di uomini tutti di un pezzo detentori di un codice etico e di un'umanità a dir poco disarmanti. E la sequenza innevata dello scambio sul ponte è solo uno dei momenti di grandissimo cinema che Spielberg continua a regalarci. Per non parlare di quel finale, di quello sguardo sul mondo e sugli uomini, che traduce in pochi istanti il senso stesso stesso del gesto filmico spielberghiano. Che è un gesto, ancora una volta, carico d'amore.